itenfrdeptrues

IL GIUDIZIO DI DIVISIONE EREDITARIA: CRITICITA’

 

IL GIUDIZIO DI DIVISIONE EREDITARIA: CRITICITA’

 

Come si divide la comunione

  • Le tipologie di divisione: la divisione testamentaria, contrattuale e giudiziale
  • Le divisioni plurimasse: problematiche connesse
  • Gli immobili “non comodamente divisibili”: criteri per il diritto all’assegnazione
  • Le modalità di divisione: il principio cardine di cui art. 727 c.c. e sua derogabilità
  • Le obbligazioni derivanti dalla divisione
  • Il nuovo art 791 bis c.p.c. introdotto con il D.L. “Del Fare”:

 

Il giudizio di divisione ereditaria e le accortezze processuali da adottare

  • Le domande di divisione ereditaria: redazione dell’atto introduttivo
  • La fase probatoria e gli oneri di parte attrice
  • La pronuncia del Giudice sulla domanda di divisione
  • La vendita di mobili e di immobili
  • Progetto di divisione e relative contestazioni: problematiche
  • Ordinanza di esecutività: presupposti e impugnabilità

 

I debiti e crediti ereditari

  • La sorte dei debiti in presenza di una pluralità di eredi

-           il principio dell’automatica divisione dei debiti ereditari

-           conseguenze nei rapporti interni e nei confronti dei creditori

-           la clausola di rinuncia alla divisibilità dell’obbligazione, per sé e per i propri eredi, contenuta nei contratti bancari

  • La sorte dei crediti in presenza di una pluralità di eredi

-           i dubbi sull’automatica divisione dei crediti

-           la riscossione del credito: litisconsorzio necessario o facoltà di ciascun coerede di agire individualmente?

 

L’impugnazione della divisione

  • L’annullamento per violenza o dolo e le altre cause di impugnazione
  • Gli effetti della sentenza di annullamento
  • L’omissione di beni ereditari ed il rimedio del supplemento di divisione
  • La rescissione per lesione
  • Il ripristino della comunione ereditaria conseguente alla rescissione

 


2° INCONTRO

IL GIUDIZIO DI DIVISIONE EREDITARIA: CRITICITA’

 

 

A) Come si divide la comunione

 

1) Le tipologie di divisione: la divisione testamentaria, contrattuale e giudiziale.

La divisione ereditaria non differisce da quella ordinaria, abbia essa la sua fonte nella successione a causa di morte, legittima o testamentaria, ovvero in una comunione di beni.

Le norme sulla divisione in generale sono quindi applicabili anche alla divisione ereditaria.

Il legislatore ha previsto vari modi per attuare la divisione ereditaria: la divisione giudiziale, il contratto di divisione e la divisione testamentaria.

Ai sensi del nostro codice di rito, le domande di scioglimento della comunione ereditaria debbono proporsi nei confronti di tutti gli eredi.

Le operazioni di divisione sono dirette dal Giudice Istruttore, il quale può delegare la divisione a un notaio.

Il Giudice Istruttore propone un progetto di divisione, che dichiara esecutivo in contraddittorio con tutte le parti.

Delle operazioni effettuate viene quindi redatto processo verbale.

Quando il giudizio si sia svolto senza contestazioni il procedimento potrà rientrare nell’ ambito della volontaria giurisdizione; in caso in cui invece la determinazione delle porzioni della cosa comune e la loro attribuzione siano fissate dall’ Autorità giudiziaria con provvedimento vincolante per tutti gli interessati, si rientrerà nel campo della giurisdizione contenziosa.

La divisione ereditaria costituisce scioglimento della comunione ereditaria, la quale si differenzia dalla comunione ordinaria in quanto non ha ad oggetto un singolo bene, bensì il patrimonio intero del defunto.

La divisione contrattuale si attua allorquando gli eredi raggiungano un accordo sulle modalità della divisione stipulando il relativo contratto.

Tale divisione ereditaria ha natura dichiarativa, e non costitutiva, e così anche il relativo contratto, il quale, di conseguenza, ha effetto retroattivo attribuendo il diritto su ogni singolo bene a ciascun erede sin dal momento della successione.

La divisione del testatore, ai sensi degli artt. 734 e 735 c.c., ha lo scopo di formare le pozioni spettanti a ciascun successore, ricomprendendo non solo la quelle disponibili, ma anche quelle destinate ai legittimari.

2)   Le divisioni plurimasse: problematiche connesse.

Ai sensi dell’ art. 34 del T.U. d.p.r. 26 aprile 1986, n. 131, “ le comunioni che trovano origine in più titoli sono considerate una sola comunione se l’ ultimo acquisto di quote deriva da successione a causa di morte “.

Ad esempio, A e B acquistano in comune un terreno per compravendita, quindi ereditano una casa dal padre, in parti uguali e indivise. Siamo in presenza di due masse, essendo due i titoli originati; tuttavia, in virtù del 1 comma dell’ art. 34, esse sono fisicamente considerate un unica comunione.

In un altro caso, A e B acquistano, con due distinti atti tra vivi, prima un terreno e poi una casa; muore A e gli succede il figlio X; muore B e gli succede il figlio Y; anche in questo caso X e Y sono compartecipi di due masse comuni, perché sono subentrati pro quota nella contitolarità di due comunioni già esistenti.

Le due comunioni sono fra i medesimi soggetti e l’ ultimo acquisto di quote é mortis causa; orbene, la circolare ministeriale che ha fornito un’ interpretazione autentica della sopraindicata norma richiede che la successione a causa di morte dalla quale deriva l’ ultimo acquisto di quote riguardi tutti i condividenti,; richiede inoltre che gli acquisti precedenti, da qualsiasi titolo derivino, riguardino ancora tutti i condividenti.

Tale norma non lascia spazio a dubbi interpretativi: l’ acquisto può avere ad oggetto quote relative anche a precedenti comunioni.

Inoltre, si ritiene comunemente che le cessioni di quote fatte tra coeredi o comunque fra contitolari sia di una che di più masse comuni, fiscalmente considerate come massa unica, godano dell’ applicazione del trattamento tributario previsto per le divisioni di massa unica.

Tale interpretazione della norma sovraesposta é iconforme alla sua ratio: l’ ultimo acquisto di quote deve essere avvenuto mortis causa.

In buona sostanza, il problema delle c.d. “ masse plurime “ sorge ogniqualvolta si debba procedere alla divisione di più beni comuni acquistati dagli stessi soggetti, nelle medesime quote, in virtù di una pluralità di titoli . [1]

La divisione ereditaria di masse plurime costituisce un caso particolare e peculiare di questo istituto, appartenente latu sensu alla divisione tout court.

Il sistema di diritto privato esprime in genere un netto sfavore per la comunione, ancor più se ereditaria. Se il principio generale é quello della pluralità di divisioni in presenza di una pluralità di masse, per derogare a questo principio deve sussistere l’ accordo di tutti i comunisti, formalizzato in un atto il quale consenta il conferimento di tutti i beni in una massa unica.

Da un punto di vista squisitamente procedurale, il comportamento di una delle parti la quale non si sia opposta alla domanda di divisione unica nel giudizio di primo grado non impedisce a quest’ ultima di proporre appello per denunciare la sentenza che ha accolto tale domanda [2] .

in altri termini, il principio generale é quello della pluralità di divisioni quando vi é una pluralità di masse “ per derogare al principio sopra enunciato ( pluralità di divisioni ) é necessario che le parti vi consentano.

Il consenso, evidentemente, deve concretarsi nel conferimento di tutte le masse in una sola onde, diventata questa unica, sia possibile una divisione unica “.

Il diritto alla divisione, ad ogni buon conto, é comunque un diritto come un altro, e come tale ha propri presupposti sia de facto che de jure . Esso, inoltre, ha una particolare doppia struttura: è causa la quale produce l’ effetto della divisione, ma, proprio per questo, é anche effetto prodotto dalla fattispecie comunione.

Può, per completezza, segnalarsi che la divisione avente ad oggetto una pluralità di masse, tutte di provenienza successoria, nelle quali siano compresi dei suoli, non richiede neppure il rispetto dell’obbligo di allegazione del certificato di destinazione urbanistica. Le assegnazioni restano, infatti, comunque di tipo “ereditario” sia nel caso in cui i terreni attribuiti ai condividenti abbiano una comune fonte (restando indivisi i beni aventi un’altra origine successoria), sia nel caso in cui la provenienza di ciascuno (o alcuno) dei suoli assegnati sia diversa.

In quest’ ultimo caso, il fatto che l’attribuzione ai condividenti riguardi terreni provenienti da diverse successioni non fa perdere in alcun modo il connotato dell’ ereditarietà all’atto di scioglimento .

2) Gli immobili “non comodamente divisibili”: criteri per il diritto all’assegnazione.

In tema di divisione ereditaria l'art. 720 cod. civ. prende in considerazione l'eventualità in cui nella comunione si rinvengano beni immobili non comodamente divisibili, ossia la cui divisione non possa effettuarsi senza il loro frazionamento [3]

In tal caso è preferibile che il bene venga compreso per intero, con addebito dell'eccedenza, nella porzione di uno dei contitolari aventi diritto alla quota maggiore. Se ad esempio Tizio, Caio e Sempronio sono contitolari rispettivamente per la quota di una metà il primo, di un quarto ciascuno il secondo ed il terzo di un bene immobile non comodamente divisibile, l'immobile stesso potrà essere interamente assegnato a Tizio, ponendo a carico di costui l'obbligo di corrispondere agli altri due contitolari una somma pari al valore della quota loro spettante. [4]

Tale principio é stato applicato in caso di conversione in denaro del diritto di abitazione sulla casa ex coniugale in favore del coniuge superstite sulla quota di proprietà del de cuius [5].

Il principio è stato reputato applicabile anche per giustificare la conversione in denaro del diritto di abitazione sulla casa coniugale insistente in favore del coniuge superstite sulla sola quota già di proprietà del de cuius. Peraltro il criterio dell'assegnazione al titolare della maggior quota in parola non è assoluto, potendo il giudice discostarsi dallo stesso, purché fornisca idonea motivazione [6] .

2) Le modalità di divisione: il principio cardine di cui art. 727 c.c. e sua derogabilità

L'art 727 del codice civile, intitolato " Norme per la formazione delle porzioni" così dispone:

Salvo quanto è disposto dagli articoli 720 e 722, le porzioni devono essere formate, previa stima dei beni, comprendendo una quantità di mobili, immobili e crediti di eguale natura e qualità, in proporzione dell'entità di ciascuna quota.

Si deve tuttavia evitare, per quanto è possibile, il frazionamento delle biblioteche, gallerie e collezioni che hanno una importanza storica, scientifica o artistica.

La Corte di Cassazione, tuttavia, afferma che: “ resta in facoltà del Giudice della divisione formare i lotti anche in maniera diversa, qualora ritenga che l'interesse dei condividenti sia meglio soddisfatto attraverso l'attribuzione di un intero immobile, piuttosto che attraverso il suo frazionamento, ed il relativo giudizio è incensurabile in Cassazione se adeguatamente motivato[7] .

La formazione delle porzioni, in questo e in consimili casi, avviene mediante divisione con conguagli in denaro, ad esempio allorché si sia in presenza di beni indivisibili ( artt. 720 - 722 ), i quali pertanto vengono assegnati per inero ad un’ unica porzione, ovvero le porzioni, ancorché omogenee, non risultino convenientemente ed esattamente divisibili in quote.

Autorevole dottrina [8] osserva come l’ esistenza di conguagli importi il sorgere ex lege di altrettanti rapporti obbligatori fra condividenti: il condividente la cui porzione in natura ecceda il valore della rispettiva quota diventa debitore per la differenza nei confronti del comunista la cui porzione sia risultata di valore inferiore rispetto alla corrispettiva quota.

Ad ogni buon conto, nel formare le porzioni anche dei legittimari il testatore ha comunque ampia facoltà, potendo egli formare porzioni non omogenee, a differenza di quanto avviene in caso di comunione ordinaria.

 

3) Le obbligazioni derivanti dalla divisione

Il negozio divisorio ha per oggetto lo scioglimento della comunione e la trasformazione dei diritti dei partecipanti su quote ideali in diritti individuali su singoli beni.

Più in particolare il contratto di divisione é un contratto a più parti ma non plurilaterale, e ad esso non può essere applicata la disciplina sulla invalidità e nullità parziale ( artt. 1420, 1446, 1459 e 1466 ).

La dottrina é divisa circa la natura dichiarativa o costitutiva della divisione; ad ogni buon conto, essa gode del requisito della retroattività, e ciò é ben compatibile con un negozio ad efficacia costitutiva e non di semplice accertamento.

I creditori dei condividenti ed i loro aventi causa possono ( anzi, devono in caso di creditori ipotecari o di aventi causa per diritti immobiliari trascritti anteriormente alla domanda di divisione ), essere chiamati ad intervenire nel giudizio, altrimenti la divisione non ha effetto nei loro confronti.

Ciascun partecipante alla comunione, inoltre, può esigere che siano estinte le obbligazioni in solido contratte per la cosa comune, le quali siano scadute entro l’ anno della domanda di divisione.

La più importante applicazione di tale principio riguarda la ripartizione delle spese nel condominio. Più in particolare, la disposizione di cui all’ art. 1294 c.c. opera nei rapporti esterni ( condominio e terzi ), mentre nei rapporti interni tra condomini l’ obbligo é parziario ai sensi dell’ art. 1123 c.c.

L’ effetto retroattivo della divisione cancella la comunione solo limitatamente alla titolarità dei beni, ma non copre la totalità degli effetti nascenti da tale rapporto: si ritiene dunque comunemente che il condividente non debba restituire i frutti percepiti durante lo stato di comunione.

4) Il nuovo art 791 bis c.p.c. introdotto con il D.L. “Del Fare”.

La disposizione n. 69/2913 ( d.l. del fare ), introduce la cosiddetta “ divisione a domanda congiunta », una procedura semplificata rispetto alla divisione giudiziale "ordinaria", in quanto essa presuppone che non sussista controversia sul diritto alla divisione né sulle quote dei comproprietari né su altre questioni pregiudiziali “.

Il nuovo art. 791 bis indica gli avvocati, accanto ai notai, in qualità di professionisti deputati alla gestione del processo di divisione.

Trattasi di una norma, fortemente voluta dal Consiglio Nazionale Forense, la quale stabilisce che le parti interessate alla divisione possono presentare ricorso congiunto al giudice per chiedere la nomina di un notaio o di un avvocato, entrambi con potere di autenticazione delle firme; una novità per gli avvocati.

Mentre infatti i notai sono una categoria deputata istituzionalmente all’ autenticazione delle firme, questo nuovo procedimento potrebbe costituire uno sbocco professionale per gli avvocati, già chiamati a nuovi ruoli quale giudice ausiliario, ovvero negli organismi di mediazione e conciliazione.

La nuova disposizione prevede che sia necessaria una richiesta congiunta di tutti gli aventi titolo allo scioglimento della comunione – condividenti, creditori e aventi causa – perché altrimenti il provvedimento di delega adottato dal giudice decadrebbe per legge.

In base all'articolo 791-bis del Codice di procedura civile deve essere comunque il giudice a nominare il professionista incaricato, eventualmente indicato dalle parti; se su questa indicazione non si troverà un accordo, lo sceglierà il giudice.

Spetterà dunque al professionista predisporre il progetto di divisione e la successiva vendita, alla quale, in quanto compatibili, si applicheranno le norme sulle esecuzioni immobiliari.

 

Il giudizio di divisione ereditaria e le accortezze processuali da adottare

 

1) Le domande di divisione ereditaria: redazione dell’atto introduttivo

- La fase probatoria e gli oneri di parte attrice

- La pronuncia del Giudice sulla domanda di divisione

- La vendita di mobili e di immobili

- Progetto di divisione e relative contestazioni: problematiche

 

 

 

Il giudizio di divisione, stante la sua natura contenziosa, benché rientri nei procedimenti speciali, é introdotto con atto di citazione.

La domanda per ottenere la divisione di beni ereditari o lo scioglimento di qualunque tipo di comunione deve essere proposta nei confronti di tutti gli eredi o condomini, nonché nei confronti degli eventuali creditori opponenti ( artt. 784 e segg. c.p.c, ).

In caso di mancata contestazione il Giudice provvede con ordinanza, altrimenti provvede con sentenza previa istruzione della causa, provvedendo a dare nel corso di essa le opportune direttive ovvero a delegarle ad un notaio.

Provvede altresì con ordinanza alla vendita di beni mobili e immobili in caso di mancanza di contestazione fra le parti, altrimenti vi provvede il collegio.

La vendita di beni mobili si esegue sempre con sentenza e all’ incanto.

Successivamente il Giudice predispone un progetto di divisione che viene depositato in cancelleria, e fissa con decreto l’ udienza di discussione del progetto disponendo la comparizione delle parti e degli eventuali creditori.

Ove non sorgano contestazioni il giudice dichiara esecutivo il progetto con ordinanza non impugnabile, altrimenti provvede all’ istruzione della causa, all’ esito della quale emette sentenza impugnabile con gli ordinari mezzi di gravame.

A seguito dell’entrata in vigore del d. lgs. 28/2010, il giudizio di divisione deve, tuttavia, essere preceduto, a pena d’improcedibilità, dal previo esperimento del tentativo di conciliazione.

La domanda di divisione deve coincidere, infatti, sia sotto il profilo soggettivo che sotto quello oggettivo, con il tentativo di conciliazione, secondo quanto concordemente affermato dalla giurisprudenza di merito [9] .

Nel giudizio di divisione deve ritenersi procedibile la domanda nonostante l’attore, nel corso del procedimento di conciliazione, abbia posto a fondamento del suo diritto di comproprietà un titolo diverso rispetto a quello successivamente dedotto al momento dell’instaurazione del giudizio, costituendo ciò soltanto un’integrazione delle difese sul piano probatorio, integrazione non configurabile come domanda nuova.

L’ampliamento dell’ an dividendum sit rispetto a quello delineato nell’atto introduttivo del procedimento di mediazione comporta nuova domanda per mutamento del “petitum” .

Benchè non possa, in sede giudiziaria, essere ampliata la domanda rispetto a quanto formulato nel tentativo di conciliazione, é possibile formulare domanda riconvenzionale avente ad oggetto quanto trattato in sede di tentativo di conciliazione, in contraddittorio tra tutte le parti, ancorché questo si sia svolto su istanza della sola parte attrice.

In difetto di esperimento, seppure negativo, del tentativo di conciliazione, parte convenuta deve limitarsi, al fine di resistere alle altrui pretese, a proporre mere eccezioni in senso proprio, negando fondamento alla pretesa di controparte.

Una diversa interpretazione contrasterebbe con i principi costituzionali di cui agli artt. 3 e 24 Cost., dal momento che, in tal caso, il Giudice dovrebbe, da un lato, dichiarare improponibile l’eccezione del convenuto, in quanto non preceduta dal tentativo di conciliazione, e, dall’altro, accogliere sempre la domanda dell’attore.

Nell’ atto introduttivo del giudizio deve essere formulata, a pena di nullità, la richiesta di attribuzione dell’ intero immobile non comodamente divisibile, ai sensi dell’ art. 732 c.c., a favore dei coeredi, la quale ha natura di diritto potestativo.

Analogamente, in tema di responsabilità civile derivante dalla circolazione dei veicoli e natanti ed in relazione all’abrogato art. 22 della legge 24 dicembre 1969, n. 990, la relativa condizione di proponibilità dell’azione risarcitoria trova applicazione, secondo la propria ratio, anche con riguardo alla domanda riconvenzionale avanzata dal convenuto, che indichi a sua volta la responsabilità dell’attore .

Va osservato, tuttavia, che il provvedimento scelto dal Legislatore per la proposizione della domanda di divisione é l’ ordinanza resa dal Giudice dell’ esecuzione ai sensi dell’ art. 600 c.p.c.

Tale istanza concorre con l’ atto di citazione ed é equivalente ad essa, posto comunque il rispetto del principio del contraddittorio.

In tema di ammissione dei mezzi istruttori, è evidente che, laddove sia stata superata la fase dell’ an dividendum sit, e fatte salve le eventuali richieste istruttorie in tema di rendiconto, il giudizio sarà incentrato sulle indagini del perito nominato ai sensi dell’art. 194 disp. att. c.p.c.

Nella fase di giudizio, tuttavia, si possono proporre cumulativamente più azioni. Pertanto, o si valorizza l’autonomia delle stesse, e si invitano le parti a fare deduzioni istruttorie in relazione ad ognuna di esse, secondo l’ordine logico ritenuto più opportuno, ammettendo poi singolarmente i relativi mezzi di prova, ovvero ne risulta una maggiore articolazione degli stessi, di modo che siano ammesse una tantum tutte le prove ritenute necessarie.

Questa seconda tesi é in linea con il sistema delle preclusioni, ma comporta un certo appesantimento del giudizio.

Il Legislatore lascia i condividenti liberi di ripartire i beni comuni nel modo da loro ritenuto più opportuno.

In caso, tuttavia, di divisione giudiziale, la decisione del Giudice riguarda tutti i condividenti, ed altresì i loro creditori.

E’ infatti caratteristica peculiare del procedimento di divisione la partecipazione di tutti i soggetti contitolari del diritto di comunione .

I creditori dei condividenti e i loro aventi causa possono intervenire a loro spese per fare opposizione. Anzi, in caso si tratti di creditori ipotecari o di diritti trascritti anteriormente alla trascrizione della domanda di divisione essi devono essere chiamati ad intervenire, altrimenti la divisione non ha effetto nei loro confronti.

Al fine di formare porzioni di valore corrispondente alla quota risultante dal progetto di divisione é necessario stimare i beni dividendi. E’ inoltre necessario procedere alla vendita dei beni immobili non comodamente divisibili, qualora i condividenti non si accordino sul ricomprenderli ciascuno in un’ unica porzione, con conguaglio per l’ eccedenza.

Tutto ciò é oggetto di decisione da parte del Giudice.

La pronuncia del giudice riguarderà la divisione vera e propria, con formazione delle porzioni in proporzione delle rispettive quote dei condividenti ed eventuali conguagli in denaro.

Se i coeredi aventi diritto a più di metà dell’ asse ereditario concordano sulla necessità della vendita per il pagamento dei debiti ereditari si procederà alla vendita ad incanto dei beni mobili e, se occorre, di beni immobili.

2) Ordinanza di esecutività: presupposti e impugnabilità.

 

 

L' ordinanza che, ai sensi dell’ art. 789 c.p.c., dichiara esecutivo il progetto di divisione della comunione immobiliare, in presenza di contestazioni fra le parti, ha natura di sentenza. ed é quindi impugnabile con l’ appello.

Esaminiamo ora la sentenza   Cassazione civile, Sezioni Unite, del 2.10.2012, n. 16727.

Con l'unico motivo di ricorso, la B. ha denunciato la nullità della suddetta ordinanza oltre che del procedimento per violazione e falsa applicazione di norme con riferimento all'art. 789 c.p.c., comma 3, avendo il designato Giudice Istruttore adottato l'ordinanza dichiarativa dell'esecutività del progetto di divisione, malgrado non sussistesse il presupposto della mancanza di contestazioni.

La Seconda Sezione Civile ha ritenuto che la decisione del ricorso implicasse la questione di particolare importanza se lo strumento di impugnazione esperibile avverso l'ordinanza emessa dal giudice istruttore ai sensi dell'art. 789 c.p.c., comma 3, malgrado la presenza di contestazioni o di altri impedimenti processuali, sia l'appello o il ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost..

Orbene, alla luce dell'art. 789 cod. proc. civ., comma 3, una volta tenutasi l'udienza di discussione del progetto di divisione, questo può essere dichiarato esecutivo dal giudice unicamente ove non siano sorte al riguardo contestazioni tra i condividenti, con ordinanza; in caso di contestazioni, invece, il giudice deve provvedere a norma dell'art. 187 cod. proc. civ., decidendo con sentenza dopo trattazione della causa.                      

In quest’ ultimo caso, qualora la forma del provvedimento emesso dal Giudice sia ancora un’ ordinanza, esso è comunque pronunciato da un organo avente in ogni caso potere decisorio e, pur non avendo la forma di sentenza di cui all'art. 788 cod. proc. civ., comma 2 ne ha comunque il contenuto, onde lo strumento di impugnazione esperibile avverso di esso sarà l'appello, e non il ricorso straordinario per Cassazione ai sensi dell'art. 111 Cost. [10].

Al contrario, l'ordinanza del giudice istruttore ex art. 789 c.p.c., comma 3, emessa per mancanza di contestazioni sul progetto divisionale, si ritiene non impugnabile perchè si limita a prendere atto dell'esistenza di un accordo delle parti in ordine al suddetto progetto, e risulta pertanto priva di contenuto decisorio, con conseguente inammissibilità del ricorso per Cassazione ex art. 111 Cost. [11].

Ciò costituisce applicazione del principio della prevalenza della sostanza sulla forma. Infatti ragioni di certezza devono indurre a considerare il provvedimento non rispondente al modello legislativo per il suo contenuto effettivo, e non già per la sua forma, ai fini della individuazione del regime impugnatorio praticabile.

In definitiva, ove si riconosca all’ ordinanza con la quale viene dichiarato esecutivo il progetto di divisione efficacia di sentenza, in quanto decisoria in ordine ai diritti delle parti, il regime impugnatorio non può essere altro che quello dell’ appello.

               

               

C) I debiti e crediti ereditari

 

1)   La sorte dei debiti in presenza di una pluralità di eredi:

-           il principio dell’automatica divisione dei debiti ereditari

-           conseguenze nei rapporti interni e nei confronti dei creditori

La sorte dei crediti in presenza di una pluralità di eredi:

-           i dubbi sull’automatica divisione dei crediti

-           la riscossione del credito: litisconsorzio necessario o facoltà di ciascun coerede di agire individualmente?

La disciplina codicistica non contempla una normativa specifica in materia di ripartizione di crediti e debiti ereditari, ma si limita a regolare normativamente certi aspetti in tema di rapporti fra coeredi.

Si tratta, in particolare, degli artt. 752 e 754 c.c., collocati nel Libro II, tit. IV, relativo alla divisione ereditaria. 
L'art. 752 c.c. impone ai coeredi di contribuire al pagamento dei debiti ereditari parziariamente, ciascuno in proporzione della propria quota, a meno che il testatore non abbia diversamente disposto. 
La norma in esame va letta in combinato disposto con l'art. 754 c.c., che regola l'ipotesi in cui uno dei beni assegnati all'erede sia già sottoposto ad ipoteca a garanzia di un debito del de cuius: in tal caso, in virtù del principio di indivisibilità delle garanzie reali, il creditore conserva la garanzia per l'intero ammontare a carico di colui che sarà proprietario del bene ipotecato. Il coerede/proprietario del bene ipotecato, che abbia pagato oltre ciò che gli spetta in ragione della sua quota, potrà tuttavia rivalersi nei confronti degli altri coeredi a norma dell'art. 752 c.c.

In buona sostanza, i rapporti erede - creditori non rilevano nei rapporti interni fra coeredi.

Secondo un risalente orientamento dottrinale, il coerede non é solo contitolare dei beni ereditari, ma subentra invece nell’universum ius defuncti.

Sulla base del noto principio derivante dal diritto romano nomina et debita ipso iure dividuntur [12], i debiti ed i crediti si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote; dunque il credito che apparteneva al de cuius si dovrebbe frazionare autonomamente in tanti crediti parziari quanti sono i coeredi e, pertanto, non entrare in comunione.

Il problema se il principio della divisione automatica fra coeredi si applichi anche ai rapporti interni fra gli stessi ha dato origine ad un’ annosa questione, la quale ha trovato ora un punto fermo in virtù della decisione della Corte di Cassazione a Sezioni Unite, la quale [13] ha affermato il contrario principio secondo cui i crediti del de cuius non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria [14].

Secondo quanto affermato da Cass. Sezioni Unite n. 24657/2007 “ la prima disposizione, stabilendo che le porzioni debbono essere formate comprendendo nelle stesse, oltre ai beni immobili e mobili anche i crediti, presuppone evidentemente che gli stessi facciano parte della comunione. La seconda, prevedendo che il coerede al quale sino assegnati tutti i crediti [o] l’unico credito del de cuius è reputato il solo successore nei crediti dal momento dell’apertura della successione, rivela inequivocabilmente che i crediti non si ripartiscono tra i coeredi in modo automatico, ma ricadono nella comunione ereditaria. Una conferma si trae anche dalla disposizione dell’art. 760 cod. civ., che, escludendo la garanzia per l’insolvenza del debitore di un credito assegnato a uno dei coeredi, presuppone necessariamente che questi siano inclusi nella comunione “.

La causa è stata rimessa alle Sezioni Unite per l'esame della questione concernente la configurabilità di un litisconsorzio necessario tra gli eredi del creditore nell'azione per il pagamento di somme dovute al loro dante causa. Orbene, pur senza addentrarsi nell'esame delle tesi elaborate dalla dottrina e dalle giurisprudenza in ordine all'istituto del litisconsorzio necessario, giova rilevare come in proposito si fosse registrato un contrasto giurisprudenziale in sede di giudizio di legittimità.


Un primo e più risalente indirizzo affermava che i crediti, analogamente ai debiti del de cuius, si dovessero dividere automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote. A conclusioni opposte era invece giunta Cass. 13 ottobre 1992 n. 11128, che affermava che i crediti del de cuius, a differenza dei debiti, non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria [15]. La tesi accolta dalle Sezioni Unite
Le Sezioni Unite condivide, come già esposto, l'indirizzo da ultimo richiamato per quanto attiene al regime di comunione dei crediti ereditari.

Secondo il supremo Giudice di legittimità, il principio tradizionale della ripartizione automatica tra i coeredi è stabilito solo per i debiti dall'art. 752 cod. civ., mentre la disciplina dei crediti ereditari può ricavarsi dagli artt. 727 e 757 c.c. La prima disposizione detta i criteri per la formazione delle porzioni in sede di divisione ereditaria e stabilisce che le porzioni debbano comprendere, oltre ai beni immobili e mobili, anche i crediti. Se ne desume quindi che, nell'ottica del legislatore, i crediti facciano parte della comunione. L'art. 757 c.c. conferma tale assunto, poiché prevede che l’ erede cui siano stati assegnati i crediti del defunto, sia successore nei crediti dal momento dell'apertura della successione.

Inoltre, i coeredi sono vicendevolmente garanti per l'insolvenza del debitore del de cuius, manifestatasi anteriormente alla divisione e ciò presuppone necessariamente che i crediti ereditari siano inclusi nella comunione.
 Secondo la tesi che inquadra i crediti del defunto nell'ambito della comunione ereditaria i singoli coeredi non possono pretendere il pagamento di quella che assumono essere la loro quota senza poi imputarla alla comunione, a meno che non vi sia stata divisione ereditaria.

Secondo Cassazione S. U., infine, e richiamandosi all’ orientamento consolidato della giurisprudenza in tema di comunione, secondo cui il diritto di ciascuno investe la cosa comune nella sua interezza, sicché anche un solo comproprietario è legittimato ad agire in giudizio, anche senza consenso degli altri, per la tutela della cosa comune [16], ogni coerede può agire per ottenere la riscossione dell'intero credito, non ponendosi la necessità della partecipazione al giudizio di tutti gli eredi del creditore, restando estranei all'ambito della tutela del diritto azionato i rapporti patrimoniali interni tra coeredi, destinati ad essere definiti con la divisione. Quindi, se il singolo coerede può agire per la riscossione dell'intero credito, a maggior ragione tale legittimazione gli va riconosciuta in relazione alla riscossione della parte di credito proporzionale alla quota ereditaria, fermo restando che il pagamento effettuato dal debitore non ha effetti nei rapporti interni con gli altri coeredi e resta imputato alla comunione.


2) -      la clausola di rinuncia alla divisibilità dell’obbligazione, per sé e per i propri eredi, contenuta nei contratti bancari

Anche in mancanza di pattuizione espressa, nell’ipotesi di libretti ad intestazione disgiunta, la giurisprudenza ritiene che i cointestatari dovranno considerarsi creditori solidali ex art. 1854 cc e ciascuno potrà effettuare prelevamenti parziali o totali, con effetto liberatorio della banca nei confronti degli altri cointestatari, salva l’azione di regresso di questi ultimi nei confronti di colui che ha riscosso. Nell’ipotesi in cui il deposito bancario sia intestato a più persone con facoltà di operare disgiuntamente, in ragione del principio della solidarietà attiva, la giurisprudenza ha riconosciuto al contitolare del conto il diritto di richiedere, anche dopo la morte dell’altro, l’adempimento dell’intero saldo del libretto di deposito a risparmio, con la conseguenza che l’adempimento così conseguito libera la banca neri confronti degli eredi dell’altro contraente. Una decisione della Suprema Corte di Cassazione ha avuto occasione di esprimersi con riguardo a tali tematiche, affrontando il problema di un libretto a deposito di risparmio cointestato a firma congiunta [17]. Nel caso specifico il coniuge cointestatario superstite chiedeva la liberazione della metà della somma presente nel libretto. Gli eredi dell'altro coniuge cointestatario e la banca stessa ritenevano tale pretesa in contrasto con le previsioni delle Norme Bancarie Uniformi, le quali richiedono invece il consenso di tutti i cointestatari, e dunque, nel caso in esame, di tutti gli eredi del coniuge contestatario defunto. Infatti l’ articolo 13 delle Norme Bancarie Uniformi prevede che la facoltà di atti di disposizione separati sul conto possa essere modificata o revocata solo su mandato scritto di tutti i cointestatari. Pur partendo da tali considerazioni, però, la Corte ha evidenziato come, nel caso della mancanza dell'assenso di tutti i cointestatari di un libretto di risparmio, non può certo venirsi a creare una situazione che impedisca sine die alla banca la possibilità di rimborsare le somme versate nel suddetto libretto. L'articolo 1772 del codice civile infatti statuisce che "se più sono i depositanti di una cosa ed essi non si accordano circa la restituzione, questa deve farsi secondo le modalità stabilite dall'autorità giudiziaria.
La stessa norma si applica quando a un solo depositante succedono più eredi, se la cosa non è divisibile.
Se più sono i depositari, il depositante ha facoltà di chiedere la restituzione a quello che tra essi detiene la cosa. Questi deve darne prima notizia agli altri ". La Suprema Corte ha concluso affermando che, in caso di deposito bancario a firma congiunta e in difetto dell’assenso di taluno dei cointestatari del libretto, il giudice, al fine di evitare la situazione di stallo, deve accertare la titolarità e l’entità del credito di ciascun contitolare ed adottare le conseguenti statuizioni in ordine al pagamento delle somme da parte della banca depositaria. In sede di divisione ereditaria, sorgono spesso contestazioni fra i coeredi. All’ uopo citiamo un caso esemplificativo.

Alla morte del de cuius, erano insorti problemi di divisione ereditari fra i due fratelli Tizio e Caio. Più in particolare, il de cuius aveva cointestato a Tizio il suo conto corrente per favorire le operazioni di prelievo e versamento, essendo anziano e con problemi di salute.

Deceduto il padre, Tizio ha sostenuto che la metà di soldi presenti sul suo conto, essendo intestati a lui, non cadevano in eredità. I due fratelli sono ricorsi in giudizio.

in questo e in consimili casi, onde evitare il ricorso in giudizio, è opportuno che i titolari, allorquando uno di loro sia il solo, reale proprietario delle somme cointestate, sottoscrivano un atto nel quale descrivano l’ operazione posta in essere e dichiarino la proprietà esclusiva in capo a uno solo dei due delle somme in questione.

Questo atto non potrà avere valore nei confronti dell’ istituto bancario presso il quale si trova il conto corrente cointestato, ma potrà essere opposto in sede di divisione ereditaria.

Inoltre, se si é in grado di dimostrare che il denaro accumulato sul conto é frutto di risparmi accantonati dal defunto, potrebbero esserci gli estremi del reato di appropriazione indebita e quindi anche risvolti penalistici.

 

D) L’impugnazione della divisione

 

-     L’annullamento per violenza o dolo e le altre cause di impugnazione

-   Gli effetti della sentenza di annullamento

-   L’omissione di beni ereditari ed il rimedio del supplemento di divisione

-   La rescissione per lesione

-     Il ripristino della comunione ereditaria conseguente alla rescissione

 

 L’ art. 761 c.c. dispone che la divisione può essere annullata quando é viziata da violenza o dolo. L’ azione si prescrive in cinque anni dal giorno in cui é cessata la violenza o il dolo è stato scoperto. Tale norma può essere agevolmente applicata alla divisione giudiziale. E’ implicitamente escluso, invece, l’ annullamento per errore. Secondo dottrina prevalente [18] il legislatore ha, in compenso, inserito il rimedio della divisione supplementare in caso di errore sui beni da dividere ( art. 762 c.c. ) e della rescissione per lesione in caso di errore sulla valutazione dei beni. L’ errore, ad ogni modo, può essere presupposto indispensabile ed entrare dunque nella struttura causale [19]. Si discute in dottrina e giurisprudenza se tale errore renda la divisione nulla ovvero annullabile. Una parte della dottrina [20] e della giurisprudenza [21] propende per l’ azione di annullabilità, rimedio riservato nel nostro Codice all’ errore tout court. Secondo l’ orientamento prevalente [22], tuttavia, la mancanza dei presupposti determina la nullità della divisione. La divisione può essere rescissa quando taluno dei condividendi provi di essere stato leso oltre il quarto ( art. 763 primo comma. L’ orientamento prevalente configura nell’ istituto non un vizio di volontà ( orientamento soggettivo ) o un vizio dell’ oggetto ( orientamento oggettivo ), bensì un difetto genetico della causa. La rescissione per lesione é applicabile ogni volta che cessi fra i coeredi la comunione dei beni ereditari, ma non si applica alla vendita, cd. a rischio e pericolo, ( art. 763 c.c. ) del diritto ereditario, trattandosi in questo caso di un contratto aleatorio [23], avente per oggetto una quota dell’ eredità. Quando viene pronunciata la rescissione si pone definitivamente nel nulla il contratto divisorio con il conseguente ripristino della situazione di comunione ereditaria; tuttavia il coerede contro il quale sia promossa azione di rescissione può impedire che si addivenga a una nuova divisione offrendo il supplemento della porzione ereditaria in denaro o in natura all’ attore e agli altri coeredi. Tale facoltà, secondo dottrina prevalente [24], non costituisce oggetto di un’ istanza al Giudice, ma oggetto di una facoltà che può essere esercitata anche al di fuori del processo. Di contro però si osserva, da un lato che la lettera dell'art. 767 cod. civ. sembrerebbe presupporre un processo ancora in corso e, dall'altro lato, che quando viene pronunciata la rescissione si pone definitivamente nel nulla il contratto divisorio con il conseguente ripristino della situazione di comunione ereditaria [25]. Questo istituto é affiancato all'analogo rimedio consistente nell'offerta di modificazione del contratto rescindibile di cui all'art. 1450 cod. civ. : l’ offerta di riconduzione del contratto ad equità costituisce oggetto di una istanza al giudice, al quale può essere addirittura rimessa la specifica indicazione delle clausola da modificare.

 

 

Roberto Campagnolo, avvocato

 

 

 

 

               

           

 



[1] Cass. 30.3.1985 n. 2231, in Mass. Giur. it, 1985, secondo la quale “ Quando i beni in godimento comune provengono da titoli diversi, non si realizza un’ unica comunione, ma tante comunioni quanti sono i titoli di provenienza dei beni, corrispondendo, quindi, alla pluralità di titoli una pluralità di masse, ciascuna della quale costituisce un’ entità patrimoniale a sé stante. Pertanto, in caso di divisione del complesso, si hanno in sostanza tante divisioni , ciascuna relativa a una masas e nella quale ogni condividente fa valere i propri diritti indipendentemente da quelli che gli competono su altre masse. Nell’ ambito di ciascuna massa, inoltre, devono trovare soluzione i problemi particolari relativi alla formazione dei lotti e alla comoda divisione dei beni immobili che vi sono inclusi ” Cass. 8.5.1981 n, 3014, in Vita not., 1981, I, 223; Cass. 21.5. 1979, n. 2937.

[2] Cass. civ., sez. II, 15/5/1982.

[3] Cass. Civ. Sez. II, 11891/98 ; Cass. Civ. Sez. II, 6890/83 ; Cass. Civ. Sez. II, 4938/81 ; Cass. Civ. Sez. II, 2285/79 ). Si vedano, tra gli altri, Comporti, “ L'art. 720 c.c. e la sua applicabilità alla divisione della comunione volontaria “, in Foro it., vol. I, 1960, pp. 2032 e ss.; Gigliotti,Profili sostanziali della divisione giudiziale di immobili ereditari non comodamente divisibili “, in Giust. civ., vol. II, 1993, p. 525.

 

[4] Anche se alcuni Autori (Forchielli, Della divisione, in Comm. cod. civ., a cura di Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1978, p. 103; Sebastiani, In tema di immobili non divisibili: esegesi e problemi applicativi dell'art. 720 c.c., in Riv. not., 1987, p. 787) propendono per l'inderogabilità dell'assegnazione dell'immobile indivisibile al coerede avente diritto alla quota maggiore, è preferibile l'opinione di chi considera tale regola un criterio di massima rispetto al quale il giudice possa discostarsi ( Cian -Trabucchi, Comm. breve al cod. civ., Padova, 1984, p. 489; Padovini, in Comm cod. civ., diretto da Cendon, vol. II, Torino, 1997, p. 373).

[5] Cass. Civ. Sez.II, 14594/04.

[6] Cass. Civ. Sez. II, 24053/08

[7] Cass. 16.6.2008 n. 16219; cfr. anche Cass. 22.11.2000 n. 15105.

[8] Francheschelli e Angeloni, Della divisione, art. 713 c.c., p. 216.

[9] Cass. 15802/2005; 10497/2001; 10322/97; 6295/95.

[10] Conformi Cass. n. 22663 del 2010 e,Cass. n. 7665 del 2011.

[11] Cass. S.U. n. 4273 del 1995; Cass. n. 2913 del 1997; Cass. n. 8820 del 1998; Cass. n. 7121 del 2001.

[12] Cfr. in dottrina Forchielli e Angeloni, Divisione, in Comm. del cod. civ. Scialoja-Branca, Bologna - Roma, 2000, 43.

[13] Cass. Sezioni Unite 29 novembre 2007, n. 24657.

[14] Cass. SS.UU. 28 novembre 2007, n. 24657, in Corriere giur., 2008, 165 con nota di V. Carbone, Crediti ereditari e litisconsorzio necessario; in Fam. pers. succ., 2008, 4 con nota di N. Di Mauro, Crediti del de cuius e pluralità di eredi; nello stesso senso Cass. 13 ottobre 1992, n. 11128; Cass. 21 gennaio 2000, n. 640; Cass. 5 ottobre 2006, n. 19062.

[15] Conformi Cass. 21 gennaio 2000 n. 640, 5 settembre 2006 n. 19062.

[16] cfr. ex multis, Cass. 19460/2005.

[17] Esempio riportato da Marena in www. persone e danno .it

[18] Cicu, Successioni a causa di morte , Parte generale in Tratt. dir. civ. e comm. diretto da Cicu e Messineo, Milano, p. 423.

[19] Bonilini, Nozioni di diritto ereditario, Torino, 1986, p. 149 ss.

[20] Mengoni, La divisione testamentaria, Milano, 1950, p. 177.

[21] Cass. civ. 5 aprile 1975, n. 1217.

[22] Cicu, Successioni a causa di morte, cit., p. 485; Francschielli e Angeloni, Della divisione, artt. 713 ss, in Comm. cod. civ. a cura di Scialoja e Branca, Bologna - roma, 2000, p .234.

[23] Forchielli e Angeloni, Della divisione artt. 713 - 768 c.c., cit., pag. 754.

[24] Franceschielli e Angiolini, cit., p. 761; Azzariti, Le successioni e le donazioni, Padova, 1982, p. 760; Gazzara, voce Divisione (dir. priv.), in Enc. dir., p.427; Burdese, La divisione ereditaria, in Tratt. dir. civ. it., diretto da Vassalli, Torino, 1980, p. 249; Vascellari, in Cian e Trabucchi, Comm. breve cod. civ., Complemento giurisprudenziale, Padova, 1994, p. 510.

[25] così Palazzo, Le successioni, in Tratt. dir. priv., a cura di Iudica -Zatti, Milano, 2000, p. 996 e Capozzi, Successioni e donazioni, t. 2, Milano, 1983, p 724.

Istituto del Trust nelle successioni



Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo, dello Studio Legale Campagnolo e Associati, ha redatto il seguente saggio sul trust, istituto di estrema attualità che sta assumendo una notevole importanza nella trasmissione della ricchezza patrimoniale, anche nell'ambito della famiglia.

IL TRUST

Il trust è un istituto di matrice anglosassone mediante il quale un soggetto utilizza uno o più beni (i quali possono essere indistintamente immobili, mobili registrati, mobili non registrati e crediti) per addivenire alla costituzione di un patrimonio separato, finalizzato ad uno o più scopi specifici. Esso ha trovato ingresso nel nostro ordinamento per mezzo della legge 9 ottobre 1989, n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992, la quale ha recepito la Convenzione dell'Aja del 1985, divenendo, in tal modo, a tutti gli effetti un istituto riconosciuto nel nostro Paese ma non direttamente regolamentato dalla legge italiana. È infatti la stessa Convenzione che, all'articolo 2, si preoccupa di fornire una definizione dell’istituto in esame, prevedendo che “per trust s'intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il disponente, con atto tra vivi o mortis causa, qualora alcuni beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nell'interesse di un beneficiario o per un fine determinato”. In altre parole, il trust ricorre quando un soggetto, chiamato settlor, al fine di separare dal suo patrimonio alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi, li sottopone, indistintamente mediante testamento o atto inter vivos, al controllo, affidamento e gestione di un altro soggetto, il quale potrà essere una persona (cd. “trustee”) oppure una società professionale (cd. “trust company”)

Continua. [Cliccare per aprire l'articolo]

STUDIO LEGALE CAMPAGNOLO Il trust è un istituto di matrice anglosassone mediante il quale un soggetto utilizza uno o più beni (i quali possono essere indistintamente immobili, mobili registrati, mobili non registrati e crediti) per addivenire alla costituzione di un patrimonio separato, finalizzato ad uno o più scopi specifici. Esso ha trovato ingresso nel nostro ordinamento per mezzo della legge 9 ottobre 1989, n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992, la quale ha recepito la Convenzione dell'Aja del 1985, divenendo, in tal modo, a tutti gli effetti un istituto riconosciuto nel nostro Paese ma non direttamente regolamentato dalla legge italiana.  È infatti la stessa Convenzione che, all'articolo 2, si preoccupa di fornire una definizione dell’istituto in esame, prevedendo che “per trust s'intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il disponente, con atto tra vivi o mortis causa, qualora alcuni beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nell'interesse di un beneficiario o per un fine determinato”. In altre parole, il trust ricorre quando un soggetto, chiamato settlor, al fine di separare dal suo patrimonio alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi, li sottopone, indistintamente mediante testamento o atto inter vivos, al controllo, affidamento e gestione di un altro soggetto, il quale potrà essere una persona (cd. “trustee”) oppure una società professionale (cd. “trust company”).  Sostanzialmente il trust può essere utile ogni volta in cui un certo scopo, da realizzarsi mediante determinati beni, sia raggiungibile mediante l’affidamento dei predetti beni a un soggetto diverso da colui che matura il desiderio di realizzare quello scopo.   L’effetto del trust è duplice: da un lato provoca la fuoriuscita di determinati beni dal patrimonio del disponente e dall’altro comporta la segregazione o separazione di tali beni nell’ambito del patrimonio del trustee, all’interno del quale i beni stessi vengono trasferiti mediante un vero e proprio passaggio di proprietà.  I beni impegnati risultano, quindi, sottoposti sia ad un vincolo di destinazione (ovvero riservati alla realizzazione di uno specifico scopo o ad un determinato soggetto) che ad un vincolo di separazione (cioè sono giuridicamente separati sia dal patrimonio residuo del disponente sia da quello del trustee). Sempre l'articolo 2, infatti, stabilisce, nel delineare i caratteri principali dell’istituto, “a) che i beni del trust costituiscono una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del trustee; b) che il trustee ha il potere-dovere di amministrare o disporre dei beni secondo quanto previsto dall’atto costitutivo o dalla legge; c) che non è incompatibile con l’esistenza del trust il fatto che il costituente si riservi alcune prerogative o che al trustee siano riconosciuti alcuni diritti come beneficiario”. Quanto detto significa che, dal momento che i beni del trust formano un patrimonio separato, essi non potranno in nessun caso essere aggrediti dai creditori di nessuno dei soggetti coinvolti, anche nel caso in cui siano intestati ad un altro soggetto, non appartenendo, di fatto, né al trustee, né al settlor.  Proprio questo punto è stato uno di quelli che maggiormente hanno complicato l'accettazione dell'istituto in esame nel nostro paese. Il trustee, infatti, è l’unico titolare dei diritti relativi ai beni interessati che il settlor ha deciso di vincolare, seppure nell’interesse dei beneficiari o per il perseguimento dello scopo definito, ma questi restano all’interno del patrimonio del trust e diventano estranei sia al patrimonio del disponente che a quello personale del trustee.  Quanto detto si scontra però con il fatto che in Italia, secondo l'opinione maggioritaria della dottrina e della giurisprudenza, la proprietà non possa in alcun caso essere sdoppiata, con il risultato che, inizialmente, diversi studiosi di notevole pregio hanno ritenuto che l’istituto in esame fosse in contrasto con i principi fondanti del nostro sistema di diritto, tentando di farlo rientrare in alcune categorie già esistenti e riconosciute nel nostro ordinamento. Sul punto, però, occorre sottolineare che, rispetto ai due istituti “nostrani” maggiormente somiglianti, ovvero il negozio fiduciario e il contratto in favore di terzi, sussistono alcune fondamentali differenze che fanno del trust uno strumento assolutamente a sé stante. Circa il negozio fiduciario, infatti, il trustee, nello svolgimento della propria funzione, sarà obbligato solo ed esclusivamente verso il beneficiario del trust e mai nei confronti del settlor, il che costituisce la maggior differenza rispetto all'istituto appena citato. Quanto al contratto a favore di terzi, invece, la differenza fondamentale è costituita dal fatto che il beneficiario non dovrà dichiarare di voler beneficiare del trust istituito in suo favore, essendo esso istituibile direttamente mediante l’atto unilaterale del disponente. Ciò premesso circa l’istituto del trust, occorre soffermarsi sulle caratteristiche di settlor e trustee. In particolare, se la persona del settlor potrà essere impersonata da chiunque conferisca determinati suoi beni in un trust, con riguardo alla figura del trustee occorre segnalare che, per espressa determinazione dell’articolo 11, potrà rivestire tale ruolo soltanto chi abbia determinate caratteristiche; il trustee, infatti, dovrà essere “dotato della capacità di agire e di essere convenuto in giudizio, oltre che di comparire, in qualità di trustee, davanti a notai o altre persone che rappresentino un'autorità pubblica”. Stante quanto detto, occorre però precisare che, benché i trust presentino caratteristiche comuni, i singoli trust potranno essere enormemente differenziati l'uno dall'altro.  Questo del resto non stupisce, dal momento che il trust costituisce uno dei mezzi che maggiormente tutelano e garantiscono l'autonomia privata. Innanzitutto, la principale differenza risiede nel fatto che non sempre - e comunque non necessariamente - l’istituto del trust richiede la compresenza di trustee, settlor e beneficiario. Infatti, nei cosiddetti trust di destinazione, i beni sono destinati a uno scopo specifico e vengono vincolati alla realizzazione di tale obiettivo, il che implica la totale assenza di un qualsivoglia beneficiario.  Inoltre, quand’anche vi sia un beneficiario, questo potrà essere sia determinato che indeterminato (in tale secondo caso la determinazione potrà essere compiuta successivamente dal settlor), oltre che immediato, mediato o finale, a seconda del momento in cui trarrà utilità dai beni costituenti il trust, godendone i frutti. In altre fattispecie, poi, può verificarsi anche che il soggetto interessato dal trust sia uno solo, non essendoci alcuna limitazione nel far coincidere le figure del trustee e del settlor. Quest’ultimo, infatti, ben potrebbe decidere di vincolare alcuni suoi beni ad uno specifico scopo e nominarsi trustee con riferimento a quel determinato trust. Al contrario, invece, è possibile che ai soggetti coinvolti se ne aggiunga un quarto, il quale prende il nome di protector e svolge funzioni di controllo e supplenza del trustee. Quanto, infine, alla durata del trust, questa è determinata dal settlor, il quale non può revocare il trust, salvo il caso in cui sia stato stabilito dall’atto costitutivo;  inoltre, tendenzialmente, tale istituto non può essere perpetuo, a meno che lo specifico ordinamento interessato non lo preveda espressamente.   Il trust, infatti, come stabilito dall’articolo 6, non è regolato da un’unica legge.  Questo significa, dunque, che la legge applicabile dovrà essere scelta volontariamente dal disponente nell’ambito delle giurisdizioni che ammettano e disciplinino in modo specifico il trust, con la precisazione, fornita all’articolo 7, secondo la quale “qualora non sia stata scelta alcuna legge, il trust sarà regolato dalla legge con la quale ha collegamenti più stretti”. Occorre specificare, inoltre, che è consentito prevedere che alcuni aspetti del trust siano disciplinati dalle leggi di due paesi differenti e che non sussiste alcun problema né per il riconoscimento in Italia di un trust istituito all’estero, né per la costituzione in Italia di un trust per beni situati all’estero. Allo stesso modo non c’è alcun limite per i cittadini stranieri circa la costituzione in Italia un trust su beni situati nel nostro paese. Questione che ha fatto molto discutere riguarda, invece, la possibilità di istituire dei trust in Italia da parte di cittadini italiani per beni situati in Italia.  Infatti, non essendo stata seguita la ratifica della Convezione dell’Aja da una legge di applicazione, l’Italia, che pur si è impegnata a riconoscere i trust che presentano elementi di collegamento con il diritto di altri Stati che riconoscono l’istituto del trust, non ha affrontato la questione afferente il piano del diritto interno, con il risultato che il trust interno è stato riconosciuto come ammissibile esclusivamente in tempi recenti e mediante un largo uso dell’intervento giurisprudenziale. In ogni caso, la legge prescelta o selezionata secondo i criteri indicati dall’articolo 7, disciplina “la validità, l'interpretazione, gli effetti e l'amministrazione del trust”, con particolare riferimento a: “a) la nomina, le dimissioni e la revoca dei trustee, la capacità di esercitare l'ufficio di trustee e la trasmissione delle funzioni di trustee; b) i diritti e obblighi dei trustee tra di loro; c) il diritto del trustee di delegare in tutto o in parte l'adempimento dei suoi obblighi o l'esercizio dei suoi poteri; d) il potere del trustee di amministrare e di disporre dei beni in trust, di darli in garanzia e di acquisire nuovi beni; e) il potere del trustee di effettuare investimenti; f) i limiti relativi alla durata del trust e ai poteri di accantonare il reddito del trust; g) i rapporti tra trustee e beneficiari, compresa la responsabilità personale del trustee nei confronti di questi ultimi; h) la modifica o la cessazione del trust; i) la distribuzione dei beni in trust; j) l'obbligo del trustee di rendere conto della sua gestione”. Occorre precisare, poi, che la Convenzione, all’articolo 15, procede all’elencazione, per quanto non esaustiva, di una serie di materie delle cui norme inderogabili fa salva l’applicazione, prevedendo che, in caso di contrasto del singolo trust con tali norme o con i principi di ordine pubblico, il Giudice dovrà cercare di attuare gli scopi del trust in altro modo. Quanto alla situazione attuale, bisogna riconoscere che, grazie alla sua duttilità, il trust è riuscito a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore anche nel panorama italiano. Ad esempio, infatti, esso risulta molto utile nell’ambito del diritto di famiglia, in particolar modo nel corso dei procedimenti di separazione o divorzio, come efficace strumento per la gestione dei beni comuni destinati alla famiglia. Di fatto, per la famiglia tradizionale il trust sopperisce ai limiti dell’istituto del fondo patrimoniale, in quanto offre un effetto segregativo di portata generale e di durata nel tempo, a prescindere dalla permanenza del vincolo del matrimonio. Allo stesso modo, il trust può rivelarsi molto utile nell’ambito della gestione di beni mobiliari o immobiliari, così come nell’ambito societario, dando vita ad una serie di veri e propri patrimoni autonomi, separati da quelli del settlor e del trustee e dunque non aggredibili dai rispettivi creditori, da utilizzare per scopi predeterminati. Inoltre, il trust può rispondere anche ad esigenze successorie. Ben può accadere, infatti, che un soggetto decida di ricorrervi per tutelare un determinato patrimonio nel passaggio generazionale oppure per tutelarlo dal rischio dello sperpero ad opera di soggetti incapaci di amministrarlo. Sul punto occorre precisare che tale istituto non pone alcun problema di contrasto con il divieto dei patti successori; infatti, se il patto successorio si concreta in un contratto tra il futuro de cuius e l’erede o il futuro erede e un beneficiario, nel trust è completamente assente tale elemento dell’accordo tra settlor e beneficiario. In conclusione si può affermare che il trust è diventato un istituto essenziale e largamente utilizzato, il cui successo è legato sostanzialmente alla sua natura di strumento che consente di tutelare una serie di interessi che le nostre categorie giuridiche, ormai affette da un profondo invecchiamento, non sarebbero in grado di proteggere.   Inoltre, circa le posizioni di quella ristretta minoranza che ancora oggi si ostina a negare l’ammissibilità del trust, sono stati, in diverse occasioni, la giurisprudenza e lo stesso Legislatore a intervenire sull’argomento. Infatti, in risposta a chi, in tema di pubblicità, sosteneva che mancasse una norma in base alla quale si sarebbe potuta effettuare la trascrizione e che il nostro sistema immobiliare non riconoscesse la trascrizione di una doppia titolarità, la giurisprudenza ha stabilito che la trascrizione del trust può avvenire per il tramite dell’articolo 2645 c.c.. Inoltre, il Tribunale di Trieste, con decreto emesso già in data 25 settembre 2005, si era pronunciato a favore dell’ammissibilità del trust nel nostro ordinamento, sulla scia di altre pronunzie giudiziarie di merito succedutesi in materia, quasi tutte favorevoli all’applicazione del negozio anglosassone (ex multis Trib. Bologna, sent. 1° ottobre 2003). In ogni caso, il problema della trascrivibilità del trust è stato definitivamente superato mediante l’introduzione – ormai avvenuta oltre 10 anni fa - dell’articolo 2645 ter c.c., il quale prevede la trascrizione degli atti di destinazione che non superino i 90 anni.  La rilevanza di tale norma è duplice, perché non solo ha sanato non solo ogni dubbio sulla possibilità di trascrivere il trust, ma, di gran lunga più importante, ha sancito indirettamente la legittimità di tale istituto. Occorre precisare, però, che il vastissimo uso che del trust viene fatto in Italia ha imposto ulteriori interventi giurisprudenziali per arginare l’utilizzo elusivo di tale strumento rispetto alle leggi nazionali. Per questo motivo, tanto il Tribunale di Bologna quanto quello di Trieste, entrambi con sentenze del gennaio 2014, hanno precisato due aspetti sostanziali di cui devono necessariamente fregiarsi i trust interni per essere ritenuti ammissibili. Innanzitutto essi devono essere meritevoli di tutela, ossia perseguire un fine che con gli ordinari strumenti del diritto civile non sarebbe altrimenti perseguibile; tale precisazione, inoltre, deve essere obbligatoriamente contenuta nelle premesse dell’atto istitutivo.  In secondo luogo, da ultimo, il disponente non può riservarsi ogni potere all’interno del trust, dal momento che qualsiasi trust interno deve comunque passare il primo ed imprescindibile vaglio di conformità ai precetti posti a fondamento della Convenzione, il cui articolo 2, ultimo comma, esclude espressamente tale possibilità.


 

 

 

 

Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo è stato invitato giovedì 12.03.15 alla trasmissione televisiva in diretta su Sky ad esporre le ultime novità legislative in tema di separazioni e divorzi, visibili dal video soprastante.

 



Conferenza su successioni e donazioni, Roma.

Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo durante la Conferenza su Separazioni Divorzi e Successioni a Roma.

Potete Contattarci:

Menu Principale

Specializzazioni

Pubblicazioni

Monografie del Prof. Roberto Campagnolo:

Separazioni Divorzi Convivenze-01

“Separazioni Divorzi Convivenze”
Pubblicazione online
anno 2013.
Avvocato matrimonialista divorzista R. Campagnolo.

La famiglia di fatto, gli accordi matrimoniali, la destinazione della casa familiare, lo status unico di figlio, la bigenitorialità, l’affidamento esclusivo e condiviso, il divorzio breve, ecc.
 

Successioni mortis causa

“Successioni mortis causa”, UTET (Torino) 2011.

Successioni e donazioni

“Successioni e Donazioni”, Giuffrè (Milano) 2009.

Pubblicazioni collettanee del Prof. Avv. Roberto Campagnolo, CEDAM, 2005, con aggiornamenti biennali.

Linguaggio e regole diritto privato

"Linguaggio e regole del diritto privato. Casi, domande e schede.", Giovanni Iudica, Paolo Zatti, Ed. Cedam.

Casi pubblicati dal Prof. Avv. Roberto Campagnolo e trattati nelle lezioni presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, in tema di separazioni, successioni, contratti.

Pubblicazioni del Prof. Roberto Campagnolo:

Codice Civile Annotato

Codice Civile Annotato
Editrice Egea
anno 2014.

Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo ha collaborato con i più importanti docenti italiani per l'annotazione dell'ultimo codice civile per quanto riguarda la parte del diritto di famiglia e successioni.

Il Civilista
Giuffrè Editore.

L'avv. Roberto Campagnolo ha pubblicato sulla rivista Il Civilista l'articolo relativo all'ammissibilità della clausola arbitrale nel testamento e la sua relativa funzione di prevenire liti future tra gli eredi.

Donazioni indirette - Successioni

L'avv. prof. Roberto Campagnolo ha pubblicato per la rivista Patrimonia&Consulenza (Successioni e Protezione Patrimoniale) un articolo sulle donazioni indirette.
 
UN REGALO con mille cavilli   Il padre che paga la casa del figlio. La polizza assicurativa a favore di un terzo. Persino il trust può essere utilizzato per scopi liberali. Ma le donazioni indirette presentano diverse implicazioni  successorie e tributarie. Una guida ragionata per districarsi tra codici  e  giurisprudenza. di Roberto Campagnolo   Qualsiasi forma di donazione indiretta o di stipulazione a favore di terzo può realizzare una liberalità indiretta laddove l’attribuzione al terzo beneficiario sia ef- fettuata a titolo liberale e non sorretta da altra causa. Anche la remissione di un debito può essere utilizzata quale negozio mezzo per attuare una donazione indiretta, ogniqualvolta vi sia la volontà di avvantaggiare il debitore per mero spirito di liberalità e la remissione non sia, inve- ce, utilizzata per altri scopi, quale, ad esempio, ottenere benefici fiscali. Tra le ipotesi più frequenti, certamente, rientra l’assicura- zione a favore di terzo, precisando però che oggetto della donazione indiretta non sarà l’indennità pagata dall’assi- curatore, ma il premio pagato dal sottoscrittore. Di ciò si ha conferma in due specifiche disposizioni nor- mative: gli articoli 741 e 1923 del codice civile. Altri negozi che possono concretizzare un risultato liberale senza dover ricorrere al contratto tipico di donazione possono essere la delegazione, l’espromissione e l’accollo. Così come il trust, che potrebbe potenzialmente essere utilizzato per scopi liberali, ma non si potrà avere donazione indi- retta nei rapporti tra settlor e tru- stee o tra quest’ultimo e il benefi- cary, bensì solo ed esclusivamente in quelli intercorrenti tra settlor e beneficiario. Tuttavia, l’ammissibi- lità di tali ipotesi è fortemente di- scussa, ritenendosi da molti autori che una simile liberalità potrebbe violare alcune delle inderogabili norme sostanziali applicabili anche alle donazioni indirette (divieto di donazione di beni futuri, art. 771 c.c.; divieto di rappresentanza vo- lontaria nella donazione, art. 778 c.c.). Ma la figura che, certamente, si rinviene più spesso nella pratica di tutti i giorni e che comporta le più annose questioni in tema suc- cessorio è l’acquisto di un bene (generalmente un immobile) da parte di un soggetto (si ipotizzi, un figlio), con denaro somministrato da una diversa persona (nell’esem- pio, il padre). Tale risultato può essere raggiunto attraverso due diverse vie. Il padre interviene solo al momento del pagamento del prezzo e, attraver- so un adempimento del terzo (art. 1180 c.c.), salda il dovuto diretta- mente a favore del venditore. Ovvero, il padre potrebbe, ante- riormente all’acquisto, fornire al figlio la provvista necessaria all’ac- quisto. Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte (fra tutte si veda Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 17604 del 04/09/2015), nel primo caso, oggetto della donazione in- diretta sarebbe l’immobile e non il denaro; nel secondo, invece, non si sarebbe in presenza di una dona- zione indiretta, ma di una dona- zione diretta del denaro. Appare opportuno sottolineare come la giurisprudenza abbia di recente precisato il proprio orien- tamento, affermando che si avrà donazione indiretta dell’immobile e non del denaro, solo laddove il pagamento effettuato dal terzo sia pari  all’intero  prezzo  pattuito per la vendita, giacché la corresponsio- ne del denaro costituisce una di- versa modalità per attuare l’iden- tico risultato giuridico-economico dell’attribuzione liberale dell’im- mobile esclusivamente nell’ipotesi in cui ne sostenga l’intero costo (così Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 2149 del 31/01/2014).  Donazione indiretta e donazione simulata Quando  si  tende  a  parificare    le ipotesi di donazione indiretta con quelle di simulazione, spesso, si può cade in errore. Ritornando alla figura più conosciuta di donazione indiretta (l’acquisto di un bene da parte del figlio, con denaro sommi- nistrato dal genitore), la donazione non va confusa con il diverso caso di trasferimento diretto dal genitore al figlio attraverso un negozio qualifi- cato dalle parti come “vendita”, ma senza che vi sia alcun effettivo paga- mento di un corrispettivo. In questa ipotesi, non si ha un negozio mezzo (la “vendita”) attraverso cui realiz- zare un arricchimento per spirito di liberalità; si avrà, invece, una vera e propria donazione diretta dissimu- lata. Si hanno, pertanto, due distinti negozi: uno reale (la donazione) ed uno fittizio (la vendita). Importante corollario di questa distinzione è la necessità che il negozio “fittizio” – nell’esempio la vendita – rispetti  i requisiti di forma imposti per i veri e propri negozi donativi, ossia l’atto pubblico notarile con l’irrinunciabi- le presenza dei testimoni, a pena di nullità.  Donazioni indirette e implicazioni successorie Tra  le  norme  di  carattere sostanziale dettate in materia di dona- zioni dirette e applicabili anche alle forme indirette di liberalità, una posizione di rilievo è occupata da quelle relative alla collazione, e imputazione. La realizzazione del- lo scopo liberale attraverso un ne- gozio mezzo non sottrae, infatti, il lascito munifico dagli obblighi ed oneri testé citati. Solo una espressa dispensa da imputazione e/o colla- zione potrà far sì che la    liberalità indiretta non sia soggetta alla re- lativa disciplina. Tutto ciò, ovvia- mente, nei soli limiti della quota disponibile. Così come le liberalità dirette, anche le donazioni indi- rette non possono ledere i diritti riservati dalla legge ai legittimari e, se lesive di tali diritti, saranno aggredibili con l’azione di riduzio- ne. Così, nell’esempio di acquisto di bene immobile con denaro del proprio genitore, il figlio, all’aper- tura della successione e qualora ne ricorrano i presupposti, sarà tenuto alla collazione del bene immobile ricevuto.  Analogamente,  il  legittimario leso che volesse agire in riduzione a tutela dei propri di- ritti, dovrebbe imputare (ai sensi dell’art. 564 c.c.) le donazioni, an- che indirette, ricevute in vita dal defunto.  Profili tributari nelle donazioni indirette L’Agenzia  delle  Entrate  ha avuto modo di precisare, nella circolare n. 30/E dell’11/08/2015 il pro- prio orientamento in ordine alla tassazione delle liberalità indiret- te. Avendo gli artt. 1 del D. Lgs. 346/1990 e 2, comma 47, del D.L. 262/2006, attribuito rilevanza fiscale ai fini dell’imposta di suc- cessione anche ai “trasferimenti di beni e diritti ... a titolo gratuito”, non si dubita che rientri nell’ambito applicativo ogni forma di liberalità tra vivi, compresa quella indiretta. L’imposta si applicherà tanto alle liberalità indirette risultanti da atti soggetti a registrazione, quanto a quelle caratterizzate dall’assenza di un atto soggetto a registrazione. Tuttavia, ai sensi dell’art. 1, com- ma   4-bis   D.Lgs.   346/1990  tale   imposta non dovrà essere applicata nei casi di donazioni o altre libe- ralità collegate ad atti concernenti il trasferimento o  la  costituzione di diritti immobiliari ovvero il tra- sferimento di aziende (non quote o azioni), qualora per l’atto sia pre- vista l’applicazione dell’imposta di registro, in misura proporzionale o dell’imposta sul valore aggiunto. Sempre con riferimento all’ipotesi più rilevante di donazione indi- retta sopra  richiamata,  pertanto,  in ragione dell’eccezione di cui sopra, sarà opportuno dichiarare nell’atto notarile  di  acquisto  che il pagamento è avvenuto a  cura del soggetto donante, in modo da garantire trasparenza non solo nei rapporti inter famigliari, bensì e soprattutto anche nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. Al di fuori dei casi disciplinati dal- la norma in esame, anche le dona- zioni indirette saranno soggette ad imposta, ai sensi dell’art 56-bis del D.Lgs. 346/1990, armonizzato in ragione delle aliquote e franchi- gie attualmente vigenti. Pertanto, dette liberalità saranno tassate  dif-   ferentemente, a seconda che la do- nazione emerga a seguito di un ac- certamento condotto nei confronti del contribuente, ovvero derivi da registrazione volontaria delle parti. Nel primo caso l’aliquota sarà sempre pari all’8% e troveranno applicazione le franchigie previste in tema di imposta di successione  e donazione a seconda del grado di parentela o dello status del dona- tario (1 milione di euro per il per coniuge ed i parenti in linea   retta; 100.000 euro per fratelli e sorelle; 1,5 milioni di euro per soggetti portatori di handicap). Nelle ipotesi di registrazione vo- lontaria, invece, anche le aliquote saranno differenti, a seconda del grado  di  parentela  intercorrente tra donante e donatario; si appli- cherà, pertanto, l’aliquota del 4% alle donazioni tra coniugi o parenti in linea retta; del 6% a quelle tra fratelli o sorelle; dell’8% alle dona- zioni effettuate a favore di soggetti portatori di handicap). Anche in tali ipotesi rimarranno operative le franchigie sopra esa- minate.    Donatari, donanti e Agenzia delle Entrate: un breve vademecum  Nella prassi sono assai frequenti i casi di donazioni tra familiari: i genitori che versano del denaro sul conto del loro figlio per l’acquisto di un’auto o di un immobile. L’Agenzia delle Entrate ha necessità di verificare la tracciabilità dei bonifici sia in entrata che in uscita soprattutto quando vi sia uno scostamento del 20% rispetto al reddito normalmente percepito dal donatario. In poche parole l’amministrazione finanziaria deve verificare che non si tratti di somme cc.dd. “a nero”. Come cautelarsi?   Oltre all’indicazione della causale nel bonifico, sarà opportuno redigere una scrittu- ra privata tra donante (genitori) e donatario (figlio) nella quale si indichino le somme versate e la data del versamento.  Per far sì che la data sia certa basterà inviare anche a sé stessi la scrittura a mezzo raccomandata (il timbro postale renderà così la data certa ed incontestabile) o attra- verso lo scambio della scrittura con posta elettronica certificata.   Nota bene: la scrittura privata può essere utilizzata solo per le somme di modico valore; in caso contrario sarà necessario l’atto notarile.

Art Advisor

L'avv. prof. Roberto Campagnolo tiene una rubrica sul diritto dell'arte per la rivista Patrimonia&Consulenza (Successioni e Protezione Patrimoniale).
 
Qualche mese fa ha fatto scalpore il ritrovamen- to di un’opera di Caravaggio nella soffitta di una casa vicino a Tolosa  in  Francia, valutata intorno ai 120 milioni di euro. E che dire poi delle quotazioni stellari dei capolavori dei grandi maestri dell’arte moderna e contemporanea battute dalle case d’asta internazionali? Sfogliando le classifiche delle opere d’arte più costose si scopre per esempio che il dipinto di Pablo Picasso “Les Femmes d’Alger” è stato battuto ad un’asta di Christies’s a New York per 179,3 milioni di dollari, battendo tutti i record delle opere più costose della storia. E ancora il “Nu couché” di Amedeo Modigliani è stato aggiudicato per la stratosferica cifra di 170,4 milioni di dollari sempre durante un’asta di Christie’s a New York.    LUGLIO SETTEMBRE Successioni e Protezione Patrimoniale         Secondo un recente rapporto di Skate’s, uno dei principali operatori mondiali dell’art business, il mer- cato dell’arte ha raggiunto il valore di 53,8 miliardi di dollari, domi- nato da una ristretta élite di riser- vatissimi nomi, ma sempre più dif- fuso anche tra le fasce medio-alte di appassionati e investitori. L’ap- proccio all’arte come investimento è un’idea che all’estero è maturata già da diversi anni: il prototipo na- sce negli Stati Uniti nel 1979, e la Deutsche Bank ha messo insieme dal 1979 circa 50.000 opere d’ar-  te moderna offrendo consulenza, seguita poi da Citigroup Private Banking che offre questo servizio da oltre 20 anni grazie al proprio art advisory department situato a New York.  Ma chi è l’art advisory? Si tratta di una figura di mediazio- ne che associa alla conoscenza del- la storia dell’arte, capacità critiche e competenze economico-finan- ziarie. L’art advisor è infatti una figura professionale che ha preva- lentemente il compito di orientare i propri clienti nell’acquisto e/o inve- stimento in opere d’arte, indicando quando e cosa vendere e comprare, secondo le proposte di mercato, at- traverso un’attività di ricerca e ana- lisi del mercato dell’arte, con criteri di riservatezza, in alternativa alla vendita pubblica presso case d’asta. La consulenza è declinata in varie forme: da quella relativa alla fase di creazione di una collezione d’arte, che  comprende  sia  l’acquisto  sia la vendita, alla consulenza per le strategie di gestione e di valoriz- zazione personalizzate; da quella per la protezione dei patrimoni artistici  ereditati,  alla consulenza      tecnico-logistica, assicurativa e alla assistenza legale, con riguardo a singole opere d’arte o a intere col- lezioni. Nella maggior parte dei casi l’art advisor è una figura che opera in- dividualmente, come freelance. In Italia non esiste né un albo profes- sionale né un organo di controllo, quindi l’autodefinirsi art advisor comporta dei rischi per quanto ri- guarda la credibilità della figura, che non sempre è garanzia di    serietà  e  fiducia.  Allo stesso tempo, non esiste un percorso accademi- co ad hoc e assieme a una prepa- razione teorica storico-artistica è necessario affiancare esperienze pratiche, quali workshop, corsi professionali post laurea, la lettu- ra di articoli, la frequentazione di mostre, musei e gallerie d’arte. È fondamentale, inoltre, viaggiare e seguire l’andamento del mercato artistico attraverso le fiere e le aste. È importante  che  l’art  advisor sia   anche  un  legale,  in  quanto potrà così redigere durante le  trattati-  ve la c.d. LOI (lettera di intenti) sottoscritta dal futuro buyer, esa- minare le clausole del POF (lettera di garanzia di una banca del buyer) e redigere gli eventuali contratto preliminare e contratto definitivo. Ovviamente, saprà condurre le trattative con buona fede e discrezione, come richiede la propria deontologia professionale. Una garanzia in più per il closing.    Le opere d’arte e la successione di Roberto Campagnolo  Il D.Lgs. 346/90 prevede una tassazione con franchigie (1.000.000 di euro per coniuge e paren- ti in linea retta; 100.000 euro per fratelli e sorelle; 1.500.000 euro per soggetti portatori di handicap grave) ed aliquote variabili (del 4%, 6% ed 8%) in ragione del grado di parentela esistente tra il defunto e gli eredi. La tassazione (salve le eccezioni previste in ordine a beni immobili, partecipazioni sociali ed altri casi specifici) dovrebbe essere effettuata sulla base dei valori di mercato dei beni caduti in suc- cessione. In realtà, l’articolo 9 del D. Lgs. 346/90 prevede che si considerano compresi nell’attivo ereditario denaro, gioielli e mobilia per un importo pari al 10% del valore dell’asse ereditario netto (ossia, secondo l’orientamento prevalente, eccedente le even- tuali franchigie) anche se non dichiarati o se dichiarati per un importo inferiore. La norma in esame precisa che “si considera mobilia l’insieme dei beni mobili destinati all’uso o all’orna- mento delle abitazioni, compresi i beni culturali non sottoposti a vincolo”, potendosi far rientrare, quindi, in tale categoria cer- tamente le opere d’arte custodite in abitazioni private. Resta- no escluse da tale presunzione, pertanto, le opere custodite in luogo diverso, sulle quali dovrà applicarsi l’imposta in base al valore di mercato. Potrebbe ritenersi, semplicisticamente, non necessario indi- care nella dichiarazione di successione l’esistenza delle opere presenti all’interno di immobili di proprietà del defunto, avvantaggiandosi, in virtù della presunzione di cui sopra, di un indubbio vantaggio fiscale. Occorre, tuttavia, precisarsi come l’omessa indicazione potreb- be far sorgere problematiche in ordine alla prova sulla titolarità dell’opera, in caso di vendita da parte dell’erede. Deve, inoltre, segnalarsi come la disposizione normativa citata operi una presunzione, come tale superabile dalla prova contraria essendo, pertanto, consentito al contribuente di dimostrare, attraverso un dettagliato inventario dei beni, un imponibile inferiore.

Visitatori

337870

News


Lo Studio si occupa di negoziare per conto di privati opere d'arte e ha il mandato per negoziare opere d'arte dei seguenti artisti:  Warhol, Fontana, Castellani, Basquiat, Kandisnky, Rothko, Manzoni, Picasso, Modigliani, Dalì, Stucchi, Alfredo Verni.


 Unioni civili, ecco tutte le novità sulle coppie omosessuali ed etero, vedi l'articolo:

Novità sulle Unioni Civili.


L'ultimo saggio dell'avv. Roberto Campagnolo, Starry starry night, pubblicato nel numero di aprile 2016 da Diogene Magazine.


L'avv. Roberto Campagnolo ha pubblicato un saggio sull'amore, nella rivista Comunicazioni filosofiche, intitolato Divagazioni filosofiche sull'amore. Un arabesco.



Conferenze Successioni e Donazioni, questioni processuali.

Anche quest'anno 2016, a partire da ottobre, il Prof.Avv.Roberto Campagnolo tiene le conferenze sulle successioni processuali in forma di seminari e master:

Lo Studio Legale Campagnolo terrà in varie città d'Italia conferenze per Euroconference sul tema Successioni e Donazioni, questioni processuali.
Informazioni sulle conferenze:

Scarica la brochure:
                    Successioni e Donazioni

________

Lo studio valuta candidature per

  • Giovane dottore commercialista abilitato di Milano o provincia;

  • Collaboratore esperto in curatela fallimentare che conosca la 2a sezione del Tribunale di Milano;
  • Praticanti avvocato o giovani avvocati con comprovata esperienza in materia successoria, di famiglia e commerciale per collaborazione anche part time;
  • Praticanti notaio per collaborazione anche part time;
  • Esperti in arte moderna e contemporanea con comprovata esperienza nel settore.

 Comunichiamo altresì che lo Studio inizierà dei corsi trimestrali online Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. , con assegnazione di compiti e spiegazione degli aspetti ereditari processuali più attuali, con esame e analisi degli istituti, così come emerge dalle conferenze, evidenziate nelle News, che lo Studio terrà nelle più importanti città italiane. L'iscrizione a tali corsi online tenuti dallo Studio Legale, sarà condizione necessaria per un'eventuale richiesta di inserimento nello Studio stesso (Milano, 29 settembre 2015).

________

 

La sottile angoscia della contemporaneità

  Il prof. avv. Roberto Campagnolo ha recentemente pubblicato un saggio sulla psicologia di Francis Bacon edito dalla casa editrice Dante Alighieri di Roma.

 

________

 

Le stelle

 

"Le stelle, questi corpi celesti che da sempre affascinano l’uomo, sono una costante nell’arte e nella cultura. Tali elementi racchiudono la propensione umana verso l’Infinito, il desiderio, la ricerca di eternità."
Articolo dell'avvocato Roberto Campagnolo: http://www.tafter.it/.../figli-delle-stelle/

 

________

 

L’amore da Platone a Galimberti, passando per Stendhal

"L’amore è parte della natura umana e come tale è decantato dalla notte dei tempi. L’evoluzione con cui filosofi, poeti e società si approcciano a tale sentimento è tuttavia mutata: da Stendhal ad oggi tanto si è scritto e detto"
Articolo dell'avvocato Roberto Campagnolo: http://www.tafter.it/.../lamore-da-platone-a-galimberti-passando-per-stendhal

________

Sulle tracce della “Vergine Orante” del Carracci a New York

"La “Vergine Orante” del Carracci è finita a New York in seguito ad una compravendita privata che ha lasciato molti dubbi sulla sua legittimità, come evidenziato dal critico Sgarbi che ha presentato denuncia in procura. Cerchiamo di capire cosa prevede il legislatore al riguardo delle opere italiane esportate all’estero."
Articolo dell'avvocato Roberto Campagnolo: http://www.tafter.it/../sulle-tracce-della-vergine-orante-del-carracci-a-new-york/

________

L’energia delle ombre: Alberto Giacometti

L'avv. Roberto Campagnolo ha recentemente pubblicato sulla testata on line Tafter un articolo sulla figura di Alberto Giacometti, pittore e scultore, "Quanta espressività racchiudono quelle sculture sottili che sembrano spezzarsi? L’arte di Alberto Giacometti, tra le più apprezzate nelle recenti vendite all’asta, continua a sorprenderci e a stimolare riflessioni sempre attuali". L'articolo è pubblicato alla seguente pagina:

http://www.tafter.it/..../energia-delle-ombre-alberto-giacometti/

________

Banksy, ovvero l’ironia al potere.

L'avv. Roberto Campagnolo ha recentemente pubblicato sulla testata on line Tafter un commento su "writers" e "arte di strada" analizzando in particolare la figura di Banksy. L'articolo è pubblicato alla seguente pagina:

http://www.tafter.it/..../banksy-ovvero-lironia-al-potere/...

________

Quella sottile angoscia della contemporaneità. Francis Bacon, oggi.

Uno stralcio del saggio sulla psicologia di Francis Bacon, ripresa su Tafter.it

http://www.tafter.it/../quella-sottile-angoscia....../

e su Social Channel:

http://www.socialchannel.it/.....

L'articolo è disponibile sul sito dello studio.

Continua...

________

Il David col fucile ed il valore di un’icona artistica.

L'avv. Roberto Campagnolo ha recentemente commentato sulla famosa testata on line Tafter il caso del David di Michelangelo impiegato in una pubblicità di armi, con una verifica della legislazione in materia. L'articolo è pubblicato alla seguente pagina:

http://www.tafter.it/..../il-david-di-michelangelo...

________

Vendita all’asta della collezione Mirò: una sfida persa per il Portogallo?

L'avv. Roberto Campagnolo ha recentemente fornito alla famosa testata on line Tafter il parere richiestogli da Christie's in merito alla diatriba internazionale riguardante il caso del celeberrimo Mirò, articolo che si può leggere alla seguente pagina:

http://www.tafter.it/2014...collezione-miro-una-sfida-persa-per-il-portogallo/

________

Collaborazione con Alimentazione e Salute.

Lo Studio Legale Roberto Campagnolo è in contatto con il sito Alimentazione e Salute, tenuto dal Carabiniere Pietro Bisanti, al fine di tutelare a livello di volontariato le persone che hanno subito dei torti o dei danni derivanti da psicofarmaci o sostanze tossiche. All'uopo, avv. Roberto Campagnolo ha redatto la prefazione al libro "La psichiatria moderna vista con gli occhi di un carabiniere", ove l'autore spiega la pericolosità e gli effetti delatorii conseguenti all'assunzione degli psicofarmaci, in modo particolare con effetto della recaptazione della serotonina.

________

Lavoratori autonomi e pagamenti in ritardo. Ecco cosa fare

Un articolo su La Repubblica. L'articolo è disponibile alla seguente pagina: http://d.repubblica.it/....fatture_pagamenti_in_ritardo_.....

"Complice la crisi, il ritardo nei pagamenti delle fatture per i lavoratori autonomi è in aumento. Cosa fare per correre ai ripari e recuperare i crediti in sospeso? Ecco i passi da seguire..."

_______

Mutuo: cosa succede quando si divorzia?

L'avvocato Campagnolo scrive sul quotidiano La Repubblica su questioni di diritto di famiglia. L'articolo è disponibile alla seguente pagina: http://d.repubblica.it/famiglia/.........

L'avvocato illustra le potenziali soluzioni per correre ai ripari, che ci siano figli minorenni o meno.

_______

Separazione consensuale senza tribunale

Dal 15 settembre 2014 la separazione consensuale può essere effettuata direttamente dallo Studio Legale Campagnolo senza più ricorrere al Tribunale.

Continua...

________

Gli accordi pre matrimoniali tra coniugi.

Gli accordi pre matrimoniali tra coniugi, ultimo articolo on line pubblicato dall'avv. Roberto Campagnolo. Segue l'articolo.

Continua...
________

Il nuovo ruolo del padre nell’affidamento dei figli.

Alla luce delle novità introdotte dalla legge n. 154/2013: “revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione, a norma dell’ art. 2 della Legge 10 dicembre 2012 n. 219“, concernente il nuovo ruolo del padre nell’affidamento dei figli, sono stati esaminati, tra gli altri, i quesiti e le varie ipotesi sotto indicate...

Continua...
________

Separazione e divorzio in 6 mesi.
Il divorzio breve, divorzio estero.

Lo studio è altresì specializzato in problematiche riguardanti il diritto di famiglia e divorzi all’estero (come stabilito dalle norme della Comunità Europea): bastano infatti pochi documenti e nel giro di sei mesi è possibile ottenere la sentenza di divorzio.

Continua...
________

Nuove frontiere e tecniche nel diritto di famiglia: Separazione e divorzio collaborativo.

La separazione collaborativa, attualizzata dallo Studio, viene vista come un metodo alternativo e stragiudiziale che permette di evitare un procedimento contenzioso e trovare una soluzione soddisfacente per tutti i componenti della famiglia.

Continua...

________

Il testamento olografo, forme del testamento.

Lo Studio Legale Campagnolo è specializzato nel trattamento di Eredità, Successioni, Testamento. In particolare sulle forme del testamento, validità del testamento in relazione alle circostanze in cui il testatore ha provveduto alla stesura dell'atto: testamento pubblico, privato, firma sulle pagine del testamento.

Continua...

________

 

Studio Legale Campagnolo citato su "www.thefirstluxuryintheworld.com".

Lo studio legale Campagnolo con la sua sede storica 'Palazzo Cicogna' è stato inserito nel sito "www.thefirstluxuryintheworld.com" come uno tra i più belli del mondo.

http://thefirstluxuryoftheworld.com/index.php....