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Parere su Eredità

L'avvocato Roberto Campagnolo redige accurati pareri pro veritate utilizzabili per prevenire o valutare la fondatezza di azioni legali e cause in materia di eredità. Di seguito un caso di impugnazione di testamento in presenza di eredi testamentari ed eredi di quota legittima in cui si affronta anche il caso di donazioni di beni e capitali ad opera del testatore. 

 

 

Studio Legale Campagnolo

 

PARERE GIURIDICO

EREDITA’ ROSSIMario

Il caso afferisce alla fattispecie della tutela dei legittimari ed, in particolare, dell’azione di riduzione esperibile da parte del figlio naturale del de cuius, riconosciuto giudizialmente in seguito all’apertura della successione.

Gli istituti giuridici coinvolti sono quindi l’AZIONE DI RIDUZIONE esperibile dal legittimario leso o pretermesso, le sue differenze rispetto alla PETITIO HEREDITATIS, nonché la SIMULAZIONE DEGLI ATTI ONEROSI, DISSIMULANTI DONAZIONI, in quanto tali soggetti all’azione di riduzione.

Da ultimo, si analizzerà, altresì, il DANNO NON PATRIMONIALE ENDOFAMILIARE e l’AZIONE di RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE/ESISTENZIALE EX ART.2059 PER LA PRIVAZIONE DEL RAPPORTO PARENTALE, alla luce dei più recenti arresti della giurisprudenza di legittimità.

Si procede quindi ad una breve disamina degli istituti richiamati, al fine di potere dare una esaustiva risposta ai quesiti posti dal Sig. ClienteCLIENTE.

FATTO

Il caso di specie concerne la successione del Sig. ROSSIMario, nato a _________________ed ivi deceduto il 15 febbraio 2006, lasciando a sé superstiti la moglie, dalla quale si era legalmente separato, la Sig.ra BIANCHI Giovanna, e quattro figli nati dal matrimonio con la medesima, Giovanni, Carla, Elisabetta e Roberta.

Nell’anno 2015, il Tribunale di Napoli accerta e dichiara che il Sig.Cliente è figlio biologico e naturale di ROSSIMario, ed in quanto tale anche suo erede necessario, essendosi già aperta la successione del padre. Gli effetti della sentenza retroagiscono al momento della dipartita di ROSSIMario.

Ad oggi il Sig. Cliente vuole ottenere tutto quanto ad egli spettante per legge dal padre, sia a titolo di successione che a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale per inadempimento degli obblighi paterni.

In particolare ROSSIMario disponeva di tutto il suo ingente patrimonio immobiliare attraverso una serie di alienazioni in vita, e più precisamente:

- LE DONAZIONI

Negli anni 2000/2005 ROSSIMario procedeva a dividere il suo patrimonio tra i figli, la moglie separata, ed i nipoti ex filio, attraverso una serie di donazioni dirette ed indirette, tali da spogliarsi di gran parte del proprio patrimonio immobiliare.

- I TESTAMENTI

Ad oggi, risultano pubblicati due testamenti, uno del 2002 e uno del 2005. Il secondo contiene l’espressa revoca del precedente, pertanto da considerarsi inoperante. In esso era contenuta una limitazione per colui che avesse impugnato i testamenti, e che dunque è sine effectum. Occorre accertare che sia stata data esecuzione al testamento del 2005, ed in particolare che esso non risulti del tutto revocato implicitamente, che dunque gli immobili ivi attribuiti siano stati acquistati per successione dai beneficiari, volturati con conseguente trascrizione in favore degli eredi e legatari. Solo in detta ipotesi si potrà ridurre il testamento, altrimenti si procederà direttamente a ridurre le donazioni, nei modi di legge.

- LA CESSIONE DI QUOTE DELLA SOCIETA’

Si anticipa che detta cessione è impugnabile mediante AZIONE DI SIMULAZIONE, volta a dichiarare la NULLITA’ del contratto, in quanto dissimulante una donazione senza il rispetto dei requisiti di sostanza e di forma. Tale azione è imprescrittibile e determinerebbe una caducazione di tutti i successivi atti di alienazione (ad opera di Giovanni). Le quote e i beni oggetto delle relative liquidazioni dovrebbero in tal modo rientrare a far parte della massa ereditaria. Dunque divisi con la partecipazione di Cliente, ad oggi erede di ROSSIMario.

Mario e Gaetano ROSSI erano gli unici e soli due soci della Società per azioni denominata:

Beta Spa,

con sede nel Comune di ___________________, iscritta al n._________ al Registro delle Imprese presso il Tribunale di Napoli, capitale sociale di Lire ________________________, interamente sottoscritto e versato, suddiviso in azioni del valore nominale di Lire 50.000,00 (cinquantamila) ciascuna, suddiviso in due quote di partecipazioni uguali tra i due soci.

Con scrittura privata di cessione delle quote societarie in data 14 novembre 2000, autenticata nelle firme dal Notaio ___________________, ROSSIMario, contestualmente:

- acquistava la piena proprietà dal socio ROSSI Gaetano parte della sua quota di partecipazione, ed in particolare n.1.900 (millenovecento) azioni del valore di Lire 50.000,00 (cinquantamila) ciascuna, per un valore di complessive Lire 95.000,00 (novantacinquemila), pagando un prezzo corrispondente;

- cedeva a titolo oneroso a ciascuno dei figli Giovanni e Carla la nuda proprietà, con riserva dell’usufrutto vitalizio, n.14.000 (quattordicimila) azioni del valore di Lire 50.000,00 (cinquantamila) ciascuna, per complessive Lire 485.875.000,00 (quattrocentoottantacinqurmilioniottocentosettantacinquemila). Le parti dichiaravano che il corrispondente prezzo della cessione era stato pagato dai cessionari l cedente anteriormente all’atto.

La compagine social risulta quindi così strutturata:

- 28.000 azioni per totali 970.000.000 di Lire:

Giovanni e Carla ½ ciascuno in nuda; Mario usufrutto:
- 22.000 azioni per: Gaetano in piena proprietà.

- Nel 2002 i soci decidevano di ridurre il capitale sociale,perché in esubero, a Lire 500.000.000.

- Nel 2005,ROSSIGiovanni cedeva la piena proprietà delle proprie quote societarie alle due sorelle Elisabetta e Roberta (rimaste in precedenza escluse) e alla  di lui moglie Maria Cristina, ad oggi ex moglie, riservandosi il diritto di usufrutto.

- Alla morte del de cuiusnel 2006, Roberta ed Elisabettae  Giovannahanno agito contro  Carla presentando ed ottenendo sequestro giudiziario della quota societaria della convenuta.

- Le ASSICURAZIONI e i CONTI CORRENTI COINTESTATI:

Anche la stipula delle assicurazioni in favore dei figli e mogli rappresentano una DONAZIONE INDIRETTA, in quanto tale aggredibile con l’azione di riduzione. In particolare risultano prove documentali circa la sottoscrizione da parte di ROSSIMario delle polizze assicurative.

Ciò vale anche per la contestazione dei C/C, ove si riesca a dimostrare la provenienza della provvista da parte del solo ROSSIMario, mediante un estratto conto storico che tracci le movimentazioni sul conto

Pertanto occorre individuare gli strumenti giuridici attraverso i quali il Sig. Cliente possa far valere le proprie ragioni e diritti di successione legittima sui beni fuoriusciti dal patrimonio del padre biologico ROSSIMario, vivente il medesimo.

Infatti all’apertura della successione, il relictum ereditario risultava limitato a una mera somma di denaro depositata su un conto, a fronte dell’integrale alienazione in vita del patrimonio immobiliare.

Per tutto il resto si omette la descrizione puntuale degli avvenimenti, ben nota alle parti.

 

DIRITTO

AZIONI A TUTELA DELL’EREDITA’:

AZIONE DI RIDUZIONE E AZIONE DI PETIZIONE DELL’EREDITA’ A CONFRONTO

 

Si vuole dimostrare come in relazione al caso di specie sia esperibile da parte del Clienteprincipalmente l’azione di riduzione ed eventualmente anche la petitiohereditatis.

Egli infatti, ove del tutto pretermesso, non avrebbe ancora la qualifica di “erede”, presupposto soggettivo necessario per proporre la petitiohereditatis. Egli assumerebbe la qualifica di erede solo in seguito al vittorioso esperimento dell’azione di riduzione.

Ove, invece, sussista qualche bene che sia caduto in successione il Clientepotrebbe esperire l’azione di petitiohereditatis. In tal modo, infatti,il Clienterisulterebbe titolare della qualifica soggettiva di erede legittimo per tali diritti, ed in quanto tale legittimato all’azione di petizione ereditaria.

In ogni caso si suggerisce, in tale evenienza, di esperire entrambe le azioni, nei modi meglio precisati in seguito.

Orbene, nella successione testamentaria, viene tutelata la posizione dei congiunti più stretti del de cuius (coniuge, discendenti, ascendenti, ecc.), ai quali, come legittimari, la legge riserva determinate porzioni del patrimonio dello stesso, anche contro la sua volontà.

Denominate “quote di riserva” o legittima, tali porzioni corrispondono a quella parte di eredità della quale il testatore non può disporre, né a titolo di liberalità né mortis causa (c.d. “quota indisponibile” del patrimonio), poiché riservate ai legittimari o riservatari (Cass. n. 11737/2013; n. 13524/2006).

Si badi però che nel nostro ordinamento, l'intangibilità della quota di legittima va intesa sempre in senso quantitativo e non qualitativo: il legittimario ha diritto ad un dato valore del patrimonio relitto, non ad una data composizione della sua quota. Ciò significa che il testatore può “soddisfare le ragioni dei legittimari con beni di qualunque natura, purchè compresi nell'asse ereditario” (cfr. ex multis, Cass. n. 2202/1968).

Nell'ipotesi di lesione della quota di legittima ad essi spettante, il legislatore ha previsto una serie di disposizioni volte a tutelare gli interessi dei legittimari.

Le azioni previste dal codice civile, agli artt. 553 e ss. c.c., compendiate nel titolo “Della reintegrazione della quota riservata ai legittimari”, sono di due tipi: l'azione di riduzione e la petizione di eredità.

 

L'azione di riduzione

Quando la quota di legittima viene violata dal de cuius, per effetto di atti di disposizione, o di donazioni, oppure in caso di testamento, si ha una lesione della legittima.

In tal caso, per reintegrare la quota di legge occorre esercitare l'azione di riduzione, prevista dagli artt. 553 e ss. c.c., volta a far dichiarare invalidi (integralmente o parzialmente) gli atti, inter vivos o mortis causa, che hanno prodotto la lesione stessa.

L'azione di riduzione, di fatto, consta di tre diverse azioni, in base alla fase e ai soggetti nei cui confronti viene eseguita:

 - l'azione di riduzione in senso stretto, che ha lo scopo di far dichiarare l'inefficacia (totale o parziale) delle disposizioni testamentarie e/o delle donazioni che eccedono la quota di cui il de cuius poteva disporre;

- l'azione di restituzione contro i beneficiari delle disposizioni ridotte, finalizzata in seguito al vittorioso esperimento dell'azione di riduzione in senso stretto a far recuperare ai legittimari quanto ancora presente nel patrimonio dei soggetti beneficiati;

- l'azione di restituzione contro i terzi acquirenti, con pari finalità recuperatorie della precedente ma esperibile nei confronti degli aventi causa dal soggetto beneficiato.

 

Discussa è la sua natura giuridica, sebbene la giurisprudenza prevalente sostiene si tratti di azione di accertamento (in quanto mirante appunto ad accertare la lesione della quota di legittima); di natura personale (in quanto non diretta erga omnes ma solo contro i destinatari delle disposizioni del de cuius); ad effetti retroattivi (giacchè il trasferimento posto in essere dal de cuius con le disposizioni lesive si considera come mai avvenuto nei confronti del legittimario) (cfr. Cass. n. 4130/2001; n. 1033/1993).

L'azione si introduce mediante atto di citazione, dove il legittimario esplicita la causa petendi e il petitum, formulando richiesta di reintegrazione nella quota di legittima mediante la riduzione degli atti di disposizione o delle donazioni, attraverso l'esposizione sintetica della situazione dell'asse ereditario, ricavato dalla “riunione fittizia” del c.d. relictum con il donatum [ovvero l'operazione contabile, attraverso la quale si imputa al patrimonio del de cuius il valore dei beni intestati decurtati dei debiti (relictum) e maggiorati dalle donazioni compiute (donatum), per calcolare il c.d. “asse ereditario”].

Secondo la giurisprudenza, “il legittimario che propone azione di riduzione ha l'onere di indicare entro quali limiti è stata lesa la legittima, determinando con esattezza il valore della massa ereditaria, nonché il valore della quota di legittima violata dal testatore” (Cass. n. 13310/2002).

L'assolvimento dell'onere probatorio gravante sull'attore di indicare l'esatto valore della massa ereditaria, è presupposto necessario per l'accertamento della lamentata lesione della quota legittima (Cass. n. 14473/2011; Cass. n. 4848/2012).

In ordine alla legittimazione, la riduzione delle donazioni e delle disposizioni lesive della porzione di legittima può essere domandata solo dai legittimari e dai loro eredi o aventi causa. Si tratta di un diritto irrinunciabile, finché vive il de cuius (Cass. n. 13429/2006), al quale può abdicarsi solo successivamente alla sua morte (Cass. n. 1373/2009).

Si ricorda che la teoria prevalente in dottrina e giurisprudenza qualifica il legittimario erede solamente a seguito del positivo esperimento dell'azione di riduzione. Ossia il legittimario, al momento dell'apertura della successione può non essere erede (ad esempio nel caso di preterizione) oppure può essere erede solamente in quella parte, insufficiente, lasciata dal defunto.

Il legittimario diverrà erede della quota che gli spetta (quota di legittima) solamente quando avrà esercitato vittoriosamente l'azione di riduzione: le disposizioni lesive della quota di legittima diverranno quindi inefficaci nei confronti del legittimario leso (Cass. n. 10775/1996; n. 5591/1981).

Sempre l'orientamento prevalente sostiene che il legittimario, anteriormente al vittorioso esperimento dell'azione di riduzione, sia titolare solamente di un diritto potestativo nei confronti dei beneficiari delle disposizioni lesive e dei loro aventi causa: egli avrebbe quindi un “diritto al diritto” di acquistare la propria quota di eredità (Cass. n. 511/1995; n. 4024/1981).

 

La petizione ereditaria

Secondo il disposto dell'art. 533, 1° comma, c.c., la petizione ereditaria è l'azione con cui l'erede “può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possieda tutti o parte dei beni ereditari, a titolo di erede o senza titolo alcuno, allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi”.

L'art. 533 c.c. attribuisce la legittimazione attiva all'esercizio dell'azione di petizione al solo erede (o al coerede), sia legittimo che testamentario, il quale, chiamato all'eredità, l'abbia accettata, esplicitamente o tacitamente, con la sola proposizione dell'azione.

Legittimato passivo è colui il quale possiede beni ereditari vantando un titolo che invece non gli compete, ovvero chi possiede senza alcun titolo giustificativo.

Oggetto dell'azione sono tutti i beni ereditari o anche una parte o quota degli stessi. L'onere di provare che i beni appartenessero all'asse ereditario al tempo dell'apertura della successione spetta all'attore.

Oltre ad ottenere la condanna alla restituzione dei beni nei confronti di chi li possiede con titolo invalido o sine titulo, l'azione accerta la qualità di erede in capo all'attore, la quale una volta acquistata non viene meno (semel heressemperheres).

Nonostante l'affinità del petitum, l'azione di petizione di eredità si differenzia nettamente dall'azione di rivendica (rei vindicatio), poiché a differenza di questa non è volta a discutere il titolo in base al quale il de cuius aveva il possesso dei beni ereditari, ma ha per oggetto gli elementi costitutivi dell'asse ereditario.

L'attore può, quindi, limitarsi a provare la propria qualità di erede e la circostanza che i beni fossero compresi nell'asse ereditario al momento dell'apertura della successione (Cass. n. 11813/1992).

Nella pronuncia 08.10.2013, n. 22915 la Suprema Corte ha chiarito che la petizione ereditaria ha come presupposto la contestazione della qualità di erede da parte di chi è nel possesso dei beni ereditari. Nel caso in cui non vi sia contestazione, verrebbero meno le ragioni per proporre un'azione di petizione, potendo trovare luogo un'azione di rivendicazione, la quale ha il medesimo petitum.

L'azione di petizione di eredità è imprescrittibile, ex 533, 2° comma, c.c., fatti salvi gli effetti dell'intervenuta usucapione opposta dal convenuto sui singoli beni.

 

L’AZIONE DI RIDUZIONE in particolare

ll legittimario che intende proporre l’azione di riduzione ha l’onere di allegare e comprovare tutti gli elementi occorrenti per stabilire se sia, o meno, avvenuta, ed in quale misura, la lesione della sua quota di riserva, potendo solo in tal modo il giudice procedere alla sua reintegrazione; in particolare, in relazione al principio sancito dagli artt. 555 e 559 c.c., egli ha l’onere di indicare, oltre al valore, l’ordine cronologico in cui sono stati posti in essere i vari atti di disposizione, non potendo l’azione di riduzione essere sperimentata rispetto alle donazioni se non dopo esaurito il valore dei beni di cui è stato disposto per testamento e cominciando, comunque, dall’ultima e risalendo via via alle anteriori . Al fine di stabilire se l’atto di disposizione patrimoniale compiuto in vita dal de cuius sia lesivo della quota riservata ai legittimari, ad esempio, la donazione con riserva di usufrutto deve essere calcolata come donazione in piena proprietà, riferendone il valore al tempo dell’apertura della successione. Non si deve, pertanto, tener conto, al fine suddetto, della rinuncia all’usufrutto46 fatta dal donante a favore del donatario nudo proprietario47. Se la donazione, poi, è nulla48 il legittimario agirà con l’azione di nullità, che avvantaggia tutti gli eredi facendo rientrare il bene donato nell’asse ereditario, laddove l’azione di riduzione mira soltanto a far dichiarare l’inefficacia delle donazioni nei confronti del legittimario, onde solo costui potrà procedere reintegrare la propria quota, mentre la donazione sarà efficace nei confronti di qualsivoglia altro soggetto, pur cointeressato.

 

- ACCETTAZIONE BENEFICIATA: nel nostro caso, bisogna sincerarsi se Cliente sia solo leso (ove sussista qualche bene caduto in successione) o del tutto pretermesso (a fronte dell’insussistenza di nessun bene ereditario al momento dell’apertura della successione). Nel primo caso occorrerà indefettibilmente una accettazione beneficiata, nel secondo caso no.

Infatti il legittimario che non ha accettato l’eredità con beneficio d’inventario non può chiedere, la riduzione delle donazioni e dei legati. Questa regola non si applica all’erede pretermesso. La condizione è basata sulla necessità che i terzi estranei all’eredità siano garantiti in ordine all’effettiva entità del patrimonio. Per questo l’accettazione beneficiata non è richiesta quando i legatari e donatari siano anche coeredi, in quanto successori a titolo universale, i quali costituiscono, come si suol dire la persona del de cuius, e dunque non terzi, conoscano esattamente l’entità del patrimonio senza bisogno di procedere all’inventario. Ma la norma è apparsa in realtà sproporzionata, perché sarebbe stata sufficiente la sola redazione dell’inventario. Peraltro tale ratio è del tutto contraddetta dal fatto che è sufficiente l’accettazione beneficiata pur se poi si decada dal beneficio: tale decadenza infatti potrebbe dipendere proprio dall’omessa o infedele formazione dell’inventario. Per la S.C.(Cfr.Corte di Cassazione, Sezione 2 civile, sentenza 23 dicembre 2011, n. 28632) a norma dell'art. 564 c.c., il legittimario che abbia la qualità di erede non può esperire l'azione di riduzione delle donazioni e dei legati lesivi della sua quota di legittima ove non abbia accettato l'eredità con beneficio d'inventario, non potendo tale condizione valere, invece, per il legittimario totalmente pretermesso, il quale può acquistare i suoi diritti solo dopo l'esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento. La pretermissione del legittimario può verificarsi anche nella successione ab intestato, qualora il de cuius si sia spogliato in vita del suo patrimonio con atti di donazione.

 

- DIFFERENZA CON LA PETITIO HEREDITATIS:

Colui che agisce in giudizio per il riconoscimento del diritto a conseguire la quota di riserva, esperisce un’azione di riduzione, di natura personale e quindi soggetta al termine ordinario di prescrizione, decorrente dal momento dell’apertura della successione, e non una petitiohereditatis , poiché il legittimario pretermesso non è chiamato alla successione per il solo fatto della morte del de cuius, potendo acquistare i suoi diritti solo dopo l’esperimento delle azioni di riduzione o di annullamento del testamento, ovvero dopo il riconoscimento dei suoi diritti da parte dell’istituito (Corte di Cassazione, sentenza del 22-10-88, n. 5731) . Viceversa qualora sia solamente leso, avendo percepito seppure una minima parte del compendio ereditario, occorre una accettazione beneficiata dell’eredità, quale presupposto per l’esperimento dell’azione di riduzione.

 

- TUTELA DEI DIRITTI SUCCESSORI DEL FIGLIO RICONOSCIUTO GIUDIZIALMENTE.

Per dimostrare che non si è prescritto il diritto di esperire l’azione di riduzione, atteso che il riconoscimento della paternità è avvenuto nell’anno 2015:

 

(CASSAZIONE, SEZ. II CIVILE - SENTENZA 5 settembre 2012, n.14917)

Il caso è quello di Tizio, che viene giudizialmente dichiarato figlio naturale “riconosciuto” di Caio, deceduto, ed intende agire per recuperare i beni ereditari a lui spettanti, già assegnati ad altri eredi. Come tutelare i suoi diritti?

Innanzitutto, occorre una precisazione: per il figlio naturale, il termine per accettare l’eredità decorre dalla data di dichiarazione giudiziale.

In più occasioni la giurisprudenza ha statuito che, per i figli naturali, il termine di prescrizione del diritto di accettare l’eredità del loro genitore decorre dal passaggio in giudicato della sentenza di accertamento del loro status, trovandosi essi fino a tale momento nell’impossibilità giuridica di accettare l’eredità. In altre parole, il termine decennale di prescrizione ex art. 480 c.c. decorre per il figlio naturale soltanto dalla data di dichiarazione giudiziale e non dalla data di apertura della successione. Infatti, pur retroagendo gli effetti della dichiarazione giudiziale fino al momento dell’apertura della successione, il figlio “riconosciuto” versa nell’impossibilità giuridica, e non di mero fatto, di accettare l’eredità del genitore fino a quando tale dichiarazione non sia pronunciata.

Nel caso di specie, dunque, Tizio non aveva potuto proporre azione di petizione ereditaria in quanto non ancora passata in giudicato la sentenza sul suo status.

Ed allora occorre stabilire se gli altri eredi già immessi nel possesso dei beni ereditari siano da considerarsi possessori in mala o buona fede.

La Corte d'appello aveva affermato che il discrimine tra la posizione soggettiva di buona fede e di mala fede delle ricorrenti dovesse essere individuato nel passaggio in giudicato della sentenza di riconoscimento dello status di filiazione naturale.

Tuttavia, i giudici di legittimità “sposano” l’impostazione dei ricorrenti (già eredi): il principio della presunzione di buona fede di cui all'art. 1147 cod. civ. ha portata generale e non limitata all'istituto del possesso in relazione al quale è enunciato (Cass. n. 5901 del 2010) e il possessore di buona fede è tenuto alla restituzione dei frutti a far tempo dalla domanda giudiziale con la quale il titolare del diritto ha chiesto la restituzione della cosa. Ne consegue che, non essendo contestato che gli originari convenuti fossero in buona fede al momento di apertura di entrambe le successioni, il mutamento della loro condizione soggettiva da buona fede a mala fede non poteva essere riferito ad una evenienza esterna alla sfera soggettiva dei convenuti, richiedendosi invece una manifestazione di volontà del titolare del diritto volta ad ottenere la restituzione dei beni; manifestazione che, nella specie, si è avuta solo con la proposizione dell'azione di petizione ereditaria.

In tal senso – sottolinea la Corte - nel caso di indebita ricezione di una cosa, l'alienazione del bene ricevuto in buona fede effettuata dopo la conoscenza dell'obbligo di restituirlo è giuridicamente equiparata all'alienazione della cosa ricevuta in mala fede, con la conseguenza che in entrambi i casi l'alienante è obbligato a restituire non il corrispettivo della alienazione - come nell'ipotesi di alienazione di cose, ricevute in buona fede, effettuata prima di conoscere l'obbligo della restituzione - bensì il valore del bene alienato, fatto sempre salvo, peraltro, nonostante trattisi di debito di valore, il divieto per il giudice del merito - al momento della decisione (anche di appello) - di liquidarne l'importo in una cifra superiore a quella espressamente domandata; né la richiesta della differenza tra lo importo indicato dall'attore e il maggior valore del bene può ritenersi compresa nella domanda degli interessi, giacche questi, spettando sul valore da attribuire, non ne costituiscono una componente, ma si aggiungono ad esso.

Di tal che, con riferimento ad azione di petizione ereditaria proposta da figlio naturale successivamente al passaggio in giudicato della sentenza di riconoscimento del proprio status, gli eredi che erano stati immessi nel possesso dei beni ereditari in buona fede permangono nella condizione di buona fede sino al momento della notificazione della domanda di restituzione dei beni ereditari.

 

Venendo a rispondere ai quesiti sottoposti dalCliente in merito al caso di specie.

 

QUESITI

 

(1)

In merito alla “possibilità esperire una DOMANDA DI PETIZIONE EREDITARIA  e contestualmente AZIONE DI RIDUZIONE, DIVISIONE e RESTITUZIONE, con trascrizione delle relative domande giudiziali, nonché ottenere le cautele previste  dall’art 715 cc “casi di impedimento alla divisione”.

 

Occorre individuare lo STRUMENTO PROCESSUALE più idoneo a garantire alCliente, quale erede sopravvenuto, l’ottenimento dei diritti di legittima ad egli spettanti sui beni del padre ROSSIMario.

Si consiglia di esperire l’azione di riduzione del testamento (ove eseguito dagli eredi e non del tutto revocato implicitamente dal testatore) e delle donazioni, partendo dalla più recente fino alla più risalente, secondo i criteri di cui agli articoli 558 (per i testamenti) e 559 (per le donazioni) c.c., alla quale eventualmente affiancare la petitiohereditatis per la restituzione della quota di danaro caduta in successione legittima.

Infatti l’AZIONE DI RIDUZIONE mira ad ottenere una sentenza di accertamento costitutivo(di condanna) che determina l’INEFFICACIA degli atti dispositivi del de cuius, che siano lesivi della legittima delCliente. Conseguentemente l’attore può ottenere la RESTITUZIONE dei beni dovuti a titolo di legittima sia contro i beneficiari delle disposizioni lesive, sia contro i loro aventi causa, mediante esperimento di una apposita ed accessoria azione restitutoria. Occorre precisare che la restituzione dei beni in natura è subordinata al ricorrere delle condizioni precisate dagli articoli 561 e 563 c.c. in combinato con l’art.2652 n.8) c.c., in seguito alla riforma di cui alla L.n.80/2005.

Al contrario,l’azione di petizione dell’eredità è finalizzata, ex art.533 c.c., all’accertamento della qualità di erede dell’attore, con conseguente diritto alla restituzione dei soli beni oggetto della successione, e non anche di quanto disposto a titolo gratuito in vita dal de cuius. Si sortirebbe, in relazione al caso di specie, l’effetto di ottenere la restituzione di una parte molto esigua del patrimonio del de cuius, ovvero le sole rimanenze sul conto corrente intestato all’ROSSIMario.

Invero, la maggiore consistenza del patrimonio è stato divisa già in vita ad opera di ROSSIMario, con atti anticipativi della futura successione (donazioni dirette e indirette) in favore dei figli, coniuge separata e nipote ex filio, nonché atti simulati (la cessione di quote), contestazione di conti correnti e stipula di polizze assicurative in favore di terzi.

Pertanto ciò che occorre fare è “attaccare e impugnare” i suddetti atti dispositivi lesivi, e l’unico strumento giuridico a ciò idoneo è l’azione di riduzione ex.art.553 e s.s.c.c..

 Si badi bene che già nella sentenza di riconoscimento di paternità il Tribunale di Napoli “accerta e dichiara i diritti successori di legittimario dell’attore”, essendo egli figlio del de cuius, sortendo l’effetto di mero accertamento della qualità di erede, che di solito consegue all’azione di petitiohereditatis, pertanto ultronea.

Orbene, si potrebbe in via diretta già chiedere la mera restituzione della somma di denaro depositata sui conti correnti e caduta in successione, in proporzione alla quota ereditaria delCliente (stabilita secondo le quote della successione legittima e non della successione necessaria).

In tal caso i beni non rientrerebbero nella comunione ereditaria tra gli eredi, ma direttamente nella disponibilità giuridica del solo Cliente.

Considerando che alcuni beni (ovvero il denaro depositato sul C/C) sono pervenuti alClientein virtù della successione legittima del padre, egli può considerarsi come LESO (dalla successione legittima) nel suo diritto alla quota di legittima e NON TOTALMENTE PRETERMESSO.

Ciò comporta che egli debba necessariamente procedere ai sensi dell’art.564 c.c. – quale condizione per l’esperimento dell’azione de qua- all’ACCETTAZIONE DELL’EREDITA’ CON BENEFICIO DI INVENTARIO. Ciò comporterà un dispendio di tempo e denaro, dovendosi procedere nei modi di legge con inventario notarile (spesa di circa 1.000 Euro e che varia a seconda del Notaio rogante). Infatti, il CLIENTE non risulta totalmente escluso dalla successione paterna, dato che sono residuati, al momento dell’apertura ella successione, delle attività (ovvero il denaro) non precedentemente diviso e distribuito, dunque caduto nella successione legittima.

 

Per quanto concerne l’ORDINE da seguire pèr l’esperimento dell’azione di riduzione, occorre appurarsi che il testamento del 2005 abbia sortito effetti, e dunque che non siano stati totalmente revocati implicitamente i lasciti. Il testamento del 2002 non risulta efficace e vincolante, stante la revoca espressa contenuta in quello del 2005.

 

NON OCCORRE una DIVISIONE ex art.715 c.c..Infatti,il Cliente, attraverso le azioni richiamate, ottiene la restituzione di singoli beni, al fine di apporzionarlo in misura della suo quota di legittima. Pertanto non si formerà una comunione ereditaria sui suddetti beni. L’attore può legittimante chiedere al giudice, partecipando tutti i litisconsorti al giudizio, di ricevere a titolo di restituzione una QUOTA DIVISA anziché INDIVISA del bene caduto in successione legittima.

 

Pertanto è assolutamente necessario appurare due circostanze:

 

A) che sia effettivamente caduto in successione legittima il denaro, in quanto ne derivano conseguenze determinanti;

B) che si sia data esecuzione al testamento del 2005, non implicitamente revocato.

 

Infatti:

- ove non fosse caduto nulla in successione legittima e il testamento non sia stato eseguito: il CLIENTE risulterebbe ESCLUSO TOTALMENTE/PRETERITO dalla successione paterna; non occorrerebbe l’ACCETTAZIONE BENEFICIATA quale condizione dell’azione di Riduzione; non si dovrebbe esperire la PETITIO HEREDITATIS, ma la sola azione di riduzione; l’azione di riduzione investirebbe direttamente le DONAZIONI (essendo il testamento inoperante);

- ove fosse caduto il denaro in successione legittima e il testamento sia stato eseguito: il CLIENTE risulterebbe solo LESO rispetto alla propria quota di legittima; OCCORREREBBE  l’ACCETTAZIONE BENEFICIATA quale condizione dell’azione di Riduzione; si dovrebbe esperire la PETITIO HEREDITATIS, per il denaro caduto nella successione legittima, unitamente all’azione di riduzione; l’azione di riduzione investirebbe dapprima il TESTAMENTO (eseguito) e POI DONAZIONI, ove necessario e dalla più recente alla più risalente.

 

Quindi:

-PETITIO HEREDITATIS: per il solo denaro caduto in successione legittima e posseduto sine titulo dai germani ROSSI per la quota diCliente (QUOTE DA DEFINIRSI SECONDO I CRITERI DELLA SUCCESSIONE LEGITTIMA E NON NECESSARIA);

- AZIONE DI RIDUZIONE: dato che il denaro caduto in successione non è sufficiente a soddisfare la quota di legittima del CLIENTE, occorre altresì procedere alla azione di riduzione, con la quale impugnare il testamento del 2005 (ove eseguito) e le donazioni, per integrare la quota di legittima (DEFINITA SECONDO I CRITERI DELLA SUCCESSIONE NECESSARIA, e dunque in virtù del calcolo ex art.556 c.c.)

IN MERITO ALL’ESPERIBILITA’ DELLE CAUTELE DELL’ART.715 C.C.:

Non si deve procedere ad alcuna divisione del patrimonio ereditario, dato che le assegnazioni dei singoli beni son state effettuate già in vita. Pertanto non si verificherò un fenomeno di riunificazione del patrimonio ereditario, tale da esigere un atto di divisione tra i coeredi al quale applicare l’art.715. Il Cliente procederà infatti a ridurre, determinandone l’inefficacia, le singole attribuzioni lesive, ottenendo la restituzione dei singoli beni a titolo di quota.

 

IN MERITO ALLA TRASCRIZIONE DELLE DOMANDE GIUDIZIALI:

La domanda giudiziale avente ad oggetto l’AZIONE DI RIDUZIONE sarà trascritta ex art.2652 c.c.:

-n.8) per quanto concerne l’AZIONE DI RIDUZIONE;

-n.4) per quanto concerne l’AZIONE DI SIMULAZIONE;

-n.7) per quanto concerne la PETITIO HEREDITATIS.

Attraverso la trascrizione delle domande giudiziarie, esse vengono pubblicizzate nei Registri Immobiliari e rese opponibili ai terzi.

E’ degna di nota la disciplina RESTITUTORIA come definita dagli articoli 561 e 563 c.c. in combinato disposto con l’art.2652 n.8) c.c., post legge n.80/2005, cui si rinvia.

 

(2)

In merito alle fattispecie di cui agli articoli 737 c.c. (“soggetti tenuti ala collazione”) e 739 c.c. (“donazioni ai discendenti e al coniuge dell’erede”), e dunque alla sussistenza di un OBBLIGO DI COLLAZIONE in riferimento alla donazione in favore della nipote del de cuius.

Le citate norme non vengono in considerazione nel caso di specie.

Sussiste solo un obbligo di IMPUTAZIONE EX SE, a carico di Cliente, qualora esperisca azione di riduzione, che è distinta dalla COLLAZIONE.

Attraverso l’azione di riduzione infatti NON SI RIPRISTINA LA COMUNIONE EREDITARIA, TALE DA RICHIEDERE UNA SUCCESSIVA DIVISIONE.

Il Cliente, quale legittimario leso, dovrà solo IMPUGNARE gli atti dispositivi del de cuius nei modi e nell’ordine di legge (prima i testamenti, proporzionalmente; poi l donazioni dalla più recente alla più risalente). L’azione di riduzione culminerà in una sentenza di accertamento costitutivo, che avrà l’effetto di rendere inefficaci i testamenti e le donazioni lesive. Ad essa seguirà l’azione di restituzione.

Attraverso la restituzione il Cliente otterrà i singoli beni, individualmente e già divisi, o il loro equivalente in denaro. Detti beni, per effetto della restituzione, non entreranno a far parte di una comunione ereditaria, ma entreranno nella esclusiva sfera giuridica dell’attore.

Pertanto non si renderanno necessarie divisioni.  In definitiva non è in questione l’istituto della collazione, che occorre, quale operazione para-divisionale, ad elidere le sperequazioni tra i condividenti di una comunione ereditaria, prima dell’atto divisorio.

La circostanza che la donazione sia stata fatta in favore della nipote del de cuius, anziché alla figlia del medesimo, non osta ad un piena tutela restitutoria del bene in conseguenza dell’azione di riduzione.

La restituzione infatti si può ottenere astrattamente contro chiunque, salvo i limiti conseguenti alla disciplina della trascrizione come fissati dagli artt.561, 563 e 2652 n.8) c.c..

 

QUINDI POSSONO ESSERE OGGETTO DI AZIONE DI RIDUZIONE:

-SIA LA DONAZIONE IN FAVORE DELLA NIPOTE DEL DE CUIUS Tizia,

-SIA LE DONAZIONI INDIRETTE IN FAVORE DI CARLA, CONSISTENTI NELL’INTESTAZIONE DI IMMOBILI A NOME ALTRUI, stante il richiamo di disciplina fatto dall’art.809 c.c.(“liberalità non donative”). In particolare, in riferimento a tale ultima ipotesi, la giurisprudenza di legittimità ha a più riprese affermato che l’oggetto di una siffatta donazione (ottenuta attraverso un adempimento del terzo o un contratto a favore del terzo, nell’ambito di un negozio oneroso) è l’immobile e non il valore nominale del denaro. Pertanto ai fini della riduzione si deve tener conto del valore che l’immobile, donato indirettamente, aveva al momento dell’apertura della successione del donante.

 

(3)

In merito alle MISURE CAUTELARI esperibili,  in forza della sentenza di riconoscimento giudiziale della paternità, del Tribunale di Napoli, depositata in cancelleria in data 13 novembre 2015.

 

Si sconsiglia di procedere a detta cautela, ma piuttosto si consiglia di iniziare immediatamente con l’azione di riduzione ed eventualmente con l’azione di petizione ereditari e di simulazione, ove ne ricorrano i presupposti. La TRASCRIZIONE di dette azione rappresenta di per sé una tutela contro atti depauperativi ad opera degli ROSSI.

 

In ogni caso, la circostanza che detta sentenza sia stata impugnata e dunque non sia passata in giudicato non osterebbe alla proposizione del SEQUESTRO GIUDIZIARIO di cui all’art.670 c.p.c.. A differenza di ciò che vale per il SEQUESTRO CONSERVATIVO.

Infatti ai sensi dell’art. 670 c.p.c.: “Il giudice può autorizzare il sequestro giudiziario:
1) di 
beni mobili  o immobili, aziende o altre universalità di beni, quando ne è controversa la proprietà o il possesso, ed è opportuno provvedere alla loro custodia o alla loro gestione temporanea;
2) di libri, registri, documenti, modelli, campioni e di ogni altra cosa da cui si pretende desumere elementi di 
prova, quando è controverso il diritto alla esibizione o alla comunicazione, ed è opportuno provvedere alla loro custodia temporanea.

Il caso di specie ricade nel n.1) della norma in esame.

In vista dell’esperimento dell’AZIONE DI RIDUZIONE ed eventualmente delle altre azioni indicate (PETITIO HEREDITATIS E SIMULAZIONE), finalizzate all’accertamento della proprietà controversa dei beni ereditari,  mediante Ricorso ai sensi del succitato articolo, il Sig.Cliente potrebbe richiedere al  Tribunale competente un SEQUESTRO GIUDIZIARIO dei beni oggetto della domanda giudiziale.

Com’è noto il sequestro giudiziario può essere autorizzato dal giudice qualora sia controversa la proprietà di beni mobili e immobili. La controversia sulla proprietà dei beni di cui si richiede il sequestro deve essere attuale; il provvedimento è infatti volto ad assicurare l’esecuzione coattiva dell’obbligo di consegna o rilascio del bene di cui l’istante si afferma proprietario. La controversia de qua può ritenersi sussistente in ordine all’acquisto iure ereditatis dei beni oggetto di azione di riduzione. Infatti il ricorrente avrebbe un valido titolo per essere considerato erede ROSSIMario: la sentenza in merito al riconoscimento di paternità, ancorché non ancora incontrovertibile.

Solo a seguito di accertamento positivo in ordine dell’esistenza di un rapporto di filiazione naturale tale pretesa può infatti essere avanzata dal ricorrente. E tale presupposto ad oggi sussiste, dato il passaggio in giudicato della citata sentenza.

L’esistenza del “fumus boni iuris”, ai fini della concessione del provvedimento di sequestro, risulta evidente sol che il medesimo abbia già esperito azione di  riduzione delle porzioni spettanti agli eredi testamentari e ai donatari dei ROSSIMario. In ordine alla sussistenza del “periculum in mora”, esso è rinvenibile nel rischio che i convenuti del giudizio procedano ad atti depauperativi e in generale ad alienazioni in frode delle ragioni dell’attore.

In particolare “ ai sensi dell’art. 670, n. 1, c.p.c. possono formare oggetto di sequestro giudiziario non solo i beni ordinari ai quali sia stata esercitata un’azione di rivendica, di reintegrazione, o di manutenzione, ma anche quelli che abbiano dato luogo ad una controversia dalla cui decisione può scaturire una statuizione di condanna alla restituzione o al rilascio, eventualmente in accoglimento di un’azione personale, di cosa a qualsiasi titolo pervenuta nella disponibilità di altri, come nel caso di azione di riduzione di donazioni da parte del legittimario leso. ( Cfr.Cass. 19 ottobre 1993, n. 10333)

 

 

(4)

In merito alla possibilità di richiedere agli eredi il RIMBORSO DELLE SPESE DI MANTENIMENTO SOSTENUTE (dalla sola madre a titolo di regresso) e RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE/ESISTENZIALE EX ART.2059 PER LA PRIVAZIONE DEL RAPPORTO PARENTALE, stante la mancata prestazione del mantenimento. Il c.d. ILLECITO AQUILIANO ENDOFAMILIARE, per violazione degli obblighi familiari ex art.147 e 148 c.c..

 

Per l’ipotesi di mancato riconoscimento e abbandono del figlio nato fuori dal matrimonio, la Cassazione ha affermato che ai figli spetti il risarcimento dei danni per la privazione del rapporto parentale, configurandosi una ipotesi di illecito aquiliano x art.2059. Atteso che l’obbligo dei genitori di mantenere ed educare i figli è etiologicamente connesso esclusivamente alla procreazione, prescindendo dalla dichiarazione giudiziale di paternità, sussistendo un automatismo tra responsabilità genitoriale e procreazione (Cass.n.26205/2013).

Quanto alla responsabilità per la violazione degli obblighi nascenti dal rapporto di filiazione, la Corte di Cassazione ha specificato che “la violazione dei doveri di mantenimento, istruzione ed educazione dei genitori verso la prole, a causa del disinteresse mostrato nei confronti dei figli per lunghi anni, ben può integrare gli estremi dell'illecito civile, cagionando la lesione di diritti costituzionalmente protetti, e dar luogo ad un'autonoma azione dei medesimi figli volta al risarcimento dei danni non patrimoniali ai sensi dell'art. 2059 c.c.”.     
È la stessa privazione della figura genitoriale paterna, quale punto di riferimento fondamentale soprattutto nella fase della crescita, ad integrare “un fatto generatore di responsabilità aquiliana”, la cui prova, secondo la S.C., può essere offerta, come rilevato dalla corte territoriale, “sulla base anche di soli elementi presuntivi”, considerando “la particolare tipologia di danno non patrimoniale in questione, consistente nella integrale perdita del rapporto parentale che ogni figlio ha diritto di realizzare con il proprio genitore e che deve essere risarcita per il fatto in sé della lesione”.    

Il mancato riconoscimento e l'abbandono dei figli nati fuori dal matrimonio, da parte del padre, integra violazione dei doveri genitoriali che dà luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali per la privazione del rapporto parentale, nonché al diritto di regresso alla madre per le spese sostenute per il mantenimento della prole.

Così ha deciso la Cassazione, nella sentenza n. 16657 depositata il 22 luglio 2014, confermando la statuizione della Corte d'Appello di Brescia che aveva condannato un uomo al pagamento di somme ai figli non riconosciuti e abbandonati a titolo di risarcimento per la lesione del diritto fondamentale inerente la qualità di figli e all'ex convivente a titolo di rimborso delle spese sostenute per il mantenimento degli stessi.

In particolare, ha affermato la Corte, “l'obbligazione di mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio, essendo collegata allo status genitoriale, sorge con la nascita per il solo fatto di averli generati e persiste fino al momento del conseguimento della loro indipendenza economica, con la conseguenza che nell'ipotesi in cui, al momento della nascita, il figlio sia stato riconosciuto da uno solo dei genitori, il quale abbia assunto l'onere esclusivo del mantenimento anche per la parte dell'altro genitore, egli ha diritto di regresso nei confronti dell'altro per la corrispondente quota, sulla base delle regole dettate dagli artt. 148 e 261 c.c. (v. oggi l'art. 316 bis c.c., introdotto dal d.lgs. 28 dicembre 2013 n. 154) da interpretarsi alla luce del regime delle obbligazioni solidali stabilito nell'art. 1299 c.c.”.

Il rimborso delle spese spettanti al genitore che ha provveduto al mantenimento del figlio fin dalla nascita, ancorché trovi titolo nell'obbligazione legale di mantenimento imputabile anche all'altro genitore, ha precisato la Corte, “ha natura in senso lato indennitaria, essendo diretto ad indennizzare il genitore, che ha riconosciuto il figlio, per gli esborsi sostenuti da solo per il mantenimento della prole”, attraverso una liquidazione equitativa operata dal giudice del merito.

- Approfondendo sulla NATURA GIURIDICA del TIPO DI DANNO NON PATRIMONIALE subito, si può osservare quanto segue.

In particolare, una sentenza della Cassazione, la n.9801/2005, ha ampliato le frontiere della responsabilità civile nelle relazioni familiari e, oggi, il principio di indefettibilità della tutela risarcitoria trova spazio applicativo – pacificamente - anche all'interno dell'istituto familiare, pur in presenza di una specifica disciplina dello stesso (Cass. Civ., sez. I, sentenza 20 giugno 2013, n. 15481). Si tratta, appunto, dei cd. illecitiendofamiliari come nel caso di specie. Difatti, un ipotesi di illecito endofamiliare è proprio quella da privazione del rapporto genitoriale, in cui soggetto attivo è il genitore che omette di svolgere il ruolo da egli stesso scelto con la procreazione e soggetto passivo è il minore, che perde, senza sua colpa, uno dei genitori. La “perdita” del genitore non è compensata dalla presenza dell’altro o dei parenti prossimi; non è nemmeno compensata dal mero sostegno economico. E’ perdita che segna la vita del fanciullo; è perdita che causa un danno alla sua stessa identità personale.

Questa è una situazione giuridica soggettiva di rango primario, come tale suscettibile di ristoro anche non patrimoniale in caso di lesione, venendo in rilievo situazioni giuridiche soggettive avvolte dalla coltre costituzionale (è perciò ammesso il risarcimento ex art. 2059 c.c.: Cass. civ., Sez. Un., sentenza 11 novembre 2008, n. 26972 – 26975). La conclusione, quindi, è che senz’altro il figlio ha diritto al risarcimento del danno che abbia patito in conseguenza dell’assenza del genitore. Da ultimo va segnalata la Sentenza n. 19402/2013 della Corte di Cassazione, la quale definisce la perimetrazione della risarcibilità del danno esistenziale, quanto meno come voce autonoma di risarcimento del danno non patrimoniale separato da quello biologico.

Afferma la sentenza citata che il danno esistenziale non è che un aspetto della plurioffensività dell’illecito e che la sua la sua risarcibilità  è subordinata al disimpegno di in un onere –rigoroso- della prova.

Il tema della prova va perciò finalizzato a fare emergere- con modalità precise e dettagliate - quello sconvolgimento radicale nella vita dei familiari superstiti, tale da incidere gravemente sulle abitudini di vita, radicalmente mutate in pejus. 

 

- In merito ai CRITERI DI QUANTIFICAZIONE applicabili per la determinazione del danno non patrimoniale, può osservarsi come la voce di pregiudizio in esame sfugga a precise quantificazioni in moneta e, pertanto, si impone la liquidazione in via equitativa ex art. 1226 cod. civ. La particolare tipologia del danno non patrimoniale in questione, consistente nella integrale perdita del rapporto parentale che ogni figlio ha diritto di realizzare con il proprio genitore e che deve essere risarcita per il fatto in sé della lesione (cfr. Cass. n. 7713/2000), può, in particolare, incontrare una liquidazione per indici presuntivi e secondo nozioni di comune esperienza. In particolare può essere applicata, come riferimento liquidatorio, la voce ad hoc prevista dalle tabelle giurisprudenziali adottate dall’Osservatorio sulla Giustizia Civile di Milano (“perdita del genitore”). Tuttavia una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha evidenziato i limiti delle suddette tabelle, esprimendo l’INSUFFICIENZA DI UNA MERA VALUTAZIONE TABELLARE IN CASO DI DANNO ESISTENZIALE O MORALE. In particolare la Corte ha ribadito che il criterio di liquidazione dei danni non patrimoniali sia l’equità intesa come valutazione congrua, ragionevole, proporzionale, ma anche rispettosa della parità di trattamento (secondo le direttrici tracciate da Cass. n.12408/2011), la Corte di Cassazione indica nelle tabelle (giudiziali o normative) uno strumento idoneo all’attuazione della clausola generale ex art. 1226 c.c. (a cui non è consentito derogare attraverso criteri arbitrari). L’uso delle tabelle impone però al giudice di procedere ad adeguata “personalizzazione” della liquidazione del danno non patrimoniale (controllabile in Cassazione solamente se non congruamente motivata). In ogni caso il mancato utilizzo delle tabelle di Milano integra violazione di legge, salvo adeguata motivazione. Secondo i giudici di legittimità, peraltro, anche le tabelle di Milano pongono “alcune problematiche interpretative e applicative”. Per questo, recentemente e in senso conforme,  La Terza Sezione della Cassazione, con sentenza 22 settembre 2015, n. 18611 chiarisce che il danno esistenziale e il danno morale meritano una valutazione autonoma rispetto al danno biologico, e ribadisce l’incongruità di una mera valutazione tabellare ai fini del calcolo delle somme dovute a ristoro del pregiudizio subito dalla vittima. Appesantire soltanto il punto di base indicato nelle tabelle per la liquidazione del danno non patrimoniale derivante da lesione alla integrità psico-fisica non permette, infatti, di considerare la perdita delle qualità della vita del soggetto gravemente leso e tutte le componenti psichiche e spirituali del dolore umano.  Per garantire un ristoro che tenga conto anche degli aspetti dinamici ed interrelazionali del pregiudizio la Corte ritiene che sia del tutto incongruo il ricorso alla mera valutazione tabellare. Appesantire il punto base non è dunque sufficiente, secondo la Suprema Corte, laddove si tratti di considerare la perdita delle qualità della vita della vittima del danno esistenziale. La Suprema Corte da ultimo sostiene che  “tutte queste componenti fisiche, psichiche e spirituali del dolore umano meritano una migliore attenzione rispetto al calcolo tabellare dove la personalizzazione è pro quota, mentre deve essere ad personam”.

 PERTANTO LE TABELLE DI MILANO, ED IN PARTICOLARE LA VOCE “PERDITA DI PADRE”, POSSONO RAPPRESENTARE SOLO UN MERO PARAMETRO, CHE VA NECESSARIAMENTE PERSONALIZZATO E DEFINITO DAL GIUDICE IN VIA EQUITATIVA.

 

- Quanto alla LEGITTIMAZIONE AD AGIRE:

Sono individuabili due tipi di pretese, ovvero IL REGRESSO PER IL MANTENIMENTO DEL FIGLIO, spettante alla madre del Sig.Cliente, nonché l’azione per il RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE PER LA PRIVAZIONE DEL RAPPORTO PARENTALE, spettante a Cliente. Quindi entrambi potrebbero agire, con il medesimo giudizio e con comune atto di citazione oppure con due giudizi separati. Il responsabile del danno, e dunque teoricamente il convenuto, dovrebbe essere MarioROSSI. Essendo il medesimo deceduto, prima del riconoscimento giudiziale di paternità, ad oggi i legittimati passivi dell’azione sono individuabili negli eredi del medesimo, ovvero la ex coniuge BianchiGiovanna nonché i figli Carla, Giovanni, Roberta ed Elisabetta ROSSI. Pertanto occorre precisare nell’atto di citazione che i medesimi vengono convenuti “nella qualità di eredi legittimi di ROSSIMario”, in quanto tali tenuti astrattamente al risarcimento del danno dal medesimo cagionato. Dato che l’attore Cliente è anch’egli erede, la pretesa relativa al danno non patrimoniale dal medesimo lamentato va ridotta proporzionalmente alla propria quota ereditaria; altrimenti si giungerebbe al paradosso che l’attore agisca contro se stesso. La madre delCliente, dal canto suo, dovrebbe decurtare dal proprio diritto al regresso quanto risulterebbe a carico del figlio, quale erede di ROSSIMario, limitandosi a far valere la pretesa solo per i diritti dei citati germani ROSSI e della Sig.ra Giovanna Bianchi.

 

(5)

In merito alla possibilità di richiedere la RESTITUZIONE DELLE SOMME, ovvero i FRUTTI CIVILI, percepiti dai coeredi fino alla morte del de cuius, con particolare riferimento agli UTILI societari percepiti da Giovanni e Carla fino al 2005.

Non è possibile chiedere la restituzione delle somme percepite quali liberalità d’uso, spese per istruzione, alimentari o di mantenimento in favore dei figli del de cuius, in quanto ad essi spettanti per legge. Il Cliente potrà, dal canto suo, chiedere ai medesimi, quali eredi del de cuius, il risarcimento dei danni di cui sopra, per non aver egli parimenti percepito le medesime somme, avendone allo stesso titolo diritto. Le uniche dazioni di denaro aggredibili con azione di riduzione sarebbero quelle effettuate a titolo di DONAZIONE FORMALE DI SOMMA DI DENARO, contenute in un atto pubblico notarile in presenza di due testimoni. Ma a quanto pare, ex actis, non risulta esservi stata nessuna simile donazione.

Per quanto attiene ai frutti civili, anch’essi quali somme di denaro percepite dagli eredi ROSSI, ai sensi del’art.820 comma 3 c.c. sono definibili quali frutti civili “quelli che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Tali sono gli interessi dei capitali, i canoni enfiteutici, le rendite vitalizie e ogni altra rendita, il corrispettivo delle locazioni”.

Ai sensi dell’art. 561 comma 2 C.c. i frutti, sia naturali che civili, in caso di esperimento di azione di riduzione, sono dovuti a decorrere non dal momento dell’apertura della successione, ma dal giorno della domanda giudiziale.

Pertanto sarà possibile, in dipendenza dell’azione di riduzione, chiedere la restituzione delle somme percepite non fino alla morte del de cuius, ma a decorrere dall’esperimento dell’azione giudiziale, in quanto esse rappresentano i frutti civili dei beni ereditari.

Per quanto concerne, invece, gli utili della società è discusso in dottrina e giurisprudenza se essi siano ascrivibili o meno alla categoria giuridica dei frutti civili, in quanto tali assoggettabili alla disciplina dell’art.561 c.c..

Gli utili sociali sono qualificabili come la differenza tra ricavi e costi, e se tale differenza è positiva viene comunemente chiamata profitto o surplus o avanzo.

Parte della dottrina, ovvero C.M. BIANCA ha sostenuto che “frutti civili sono anche gli utili azionari, trattandosi pur sempre di un reddito corrisposto all’azionista da parte di chi utilizza il capitale sociale (ovvero la società)”, la quale è un soggetto autonomo e diverso rispetto al socio.

Altra parte della dottrina, S. CERVELLI e la giurisprudenza, hanno aderito alla tesi opposta. In particolare una recente pronuncia giurisprudenziale di merito, del Tribunale di Roma del 2015, n.218 ,  ha chiarito il rapporto che sussiste tra i concetti di utile sociale e frutti civili. Essa sostiene come appaia problematico ricondurre gli utili nell’ambito dei frutti civili, categoria rispetto alla quale i primi apparentemente mostrano una maggiore assonanza. Si legge così nella citata sentenza: “i frutti civili sono quelli che si ricavano indirettamente dalla cosamadre come acquisizione di un corrispettivo che un terzo si obbliga a versare a fronte del concesso godimento della cosa-madre, come per esempio gli interessi da versare sulle somme concesse a mutuo ovvero i canoni da versare per la locazione; quindi si tratta di utilità di derivazione indiretta, da considerare figurativamente come reddito che si ricava dalla messa a disposizione a terzi di una determinata cosa-madre. Nel caso degli utili non si individua detta derivazione, anche solo indiretta, con la cosa-madre, ossia con il capitale di rischio che, attraverso il conferimento, il socio ha versato nelle casse sociali e messo a disposizione della società, soggetto giuridico diverso dai singoli soci che compongono la compagine sociale. In base all’art. 2433 c.c. per le Spa ed all’art. 2478 bis c.c. per le Srl l’utile distribuibile -è tale l’eventuale eccedenza attiva risultante dal bilancio, ossia la differenza aritmetica risultante dalla sottrazione del passivo dall’attivo- è tale, se e nella misura in cui l’assemblea decide di ripartire detta eccedenza fra i soci, a differenza di quanto invece avviene nelle società di persone ove di regola, salvo patto contrario, i soci hanno sempre il diritto di percepire gli utili risultanti dal rendiconto annuale (art. 2262 c.c.). E’ principio pacificamente affermato in dottrina e giurisprudenza che -come già detto- al singolo quotista o azionista non è riconosciuto alcun diritto individuale alla percezione dell’utile di bilancio; questo diritto sorge -come già detto- solo se e nella misura in cui la maggioranza assembleare deliberi di procedere alla distribuzione degli utili. Si tratta di una valutazione discrezionale dell’assemblea, senza che sia necessaria alcuna motivazione al riguardo, sia che si proceda alla distribuzione parziale sia che non si proceda ad alcuna distribuzione, così come l’assemblea non è tenuta a deliberare sulla specifica destinazione da assegnare agli utili non distribuiti, essendo anche sufficiente deliberare che gli utili non distribuiti siano ‘riportati a nuovo’; solo la minoranza potrebbe impugnare la deliberazione in parola se, in ipotesi, adottata con abuso di maggioranza. Se questo è vero e se pertanto prima di una conferente deliberazione assembleare non sorge alcun diritto del singolo socio sugli utili, appare difficile sostenere che gli utili maturino automaticamente nel corso dell’esercizio sociale e che, sempre e comunque, costituiscano per il singolo socio il corrispettivo del capitale di rischio versato. Pertanto, poiché il diritto del singolo socio agli utili nasce da un atto sociale, che potrebbe anche non prevedere alcuna distribuzione, e non direttamente dal capitale sociale, che il singolo socio ha contribuito a costituire con il suo conferimento, si deve concludere che gli utili non possono essere qualificati come frutti civili. Inoltre, sotto altro punto di vista, si osserva che propriamente gli utili non rappresentano il prodotto della cosa o il corrispettivo del capitale investito nella società, ma costituiscono il risultato della complessa attività sociale e la quota di capitale sottoscritto costituisce solo l’ordinario parametro per la liquidazione degli utili. Mutatismutandis conferma indiretta di quanto detto si ricava anche dagli utili conseguiti dall’esercizio di una azienda; infatti anche in questo caso i proventi dall’esercizio dell’azienda non derivano dalla cosa-madre, come corrispettivo del godimento che altri ne abbia, ma derivano da una attività di produzione e scambio di beni e servizi (cfr. Cass. 1528/85). In conclusione i proventi derivanti da beni immateriali, quali appunti gli utili derivanti dalla titolarità di quote di partecipazione sociale, non sembrano poter rientrare nel novero dei frutti civili”.

Pertanto non è assolutamente pacifica la possibilità di chiedere la restituzione degli utili sociali ai sensi dell’art.561 comma 2 c.c.. Ciò in ogni caso sarebbe possibile per il solo periodo successivo all’esperimento dell’azione di riduzione.

 

 

ADEMPIMENTI

PRODROMICI ALL’ESPERIMENTO DELLE AZIONI SUGGERITE

 

1) Occorre effettuare una VISURA IPOTECARIA sul soggetto, ovvero ispezionando ROSSI Mario, al fine di:

- datare gli atti dispositivi, al fine di poter correttamente impugnare le donazioni partendo dalla più recente, secondo il criterio dettato dal disposto normativo di cui all’art.559 c.c..

- stimare i beni appartenuti per definire quota di legittima ex art.556 c.c. spettante al Cliente.

CONCLUSIONE

Le azioni processuali esperibili dal Cliente sono:

PER LA TUTELA DEI DIRITTI SUCCESSORI

- L’azione di PETIZIONE DI EREDITA’, al fine di ottenere la restituzione del denaro caduto in successione previo accertamento della qualità di erede. (ESSA E’ IMPRESCRITTIBILE)

- Azione DI RIDUZIONE(SI PRESCRIVERA’ NEL 2025: infatti il diesa quo del termine di prescrizione decennale decorre dalla pubblicazione della sentenza di riconoscimento della paternità, ovvero il 13 novembre 2015).

Tale azione consente di impugnare il testamento del 2005, in primis, solo se portato ad esecuzione e non del tutto revocato implicitamente dal de cuius,nonchéle donazioni, anche quella del 2005 in favore della nipote del de cuius, Tizia, e quelle indirette in favore di ROSSI Carla (intestazione di immobile a nome altrui), a partire dalla più recente per poi risalire alla più remota. Prima di procedere all’esperimento dell’azione occorre che venga redatto inventario, a norma dell’art.364 c.c., e ricostruire il patrimonio ereditario del de cuius attraverso le visure ipotecarie, al fine di poter dare un valore complessivo al medesimo riferito al momento dell’apertura della successione e determinare la quota di legittima di Cliente, ex art.556 c.c. (c.d. riunione fittizia). Trova applicazione il disposto dell’art.2652 n.8 c.c.. Pertanto ove i donatari abbiano alienato a terzi subacquirenti, Cliente non potrà ottenere la restituzione da parte di questi del beni natura. Dato che la domanda di riduzione sarebbe trascritta dopo dieci anni dall’apertura della successione (avvenuta del 2006), non sono pregiudicati i diritti dei terzi che hanno acquistato a titolo oneroso. Qualora invece gli immobili siano rimasti nella disponibilità dei donatari, essi vanno restituiti in natura.

- Inoltre, dato che l’atto di cessione delle quote societarie non è impugnabile con azione di riduzione, essendo a titolo oneroso, il Sig. Cliente potrebbe esperire una unaAZIONE DI SIMULAZIONE della cessione di quote del 14 novembre 2000. In virtù della citata azione il CLIENTE potrebbe far accertare e dichiarare al giudice che la cessione onerosa dissimulasse una donazione. Stante il difetto di forma della medesima (formalizzata in una scrittura privata senza testimoni), l’azione sarebbe mirata a far dichiarare la nullità della cessione e di tutti gli atti susseguenti, con conseguente accertamento dell’appartenenza delle quote societarie e dei beni assegnati a titolo di liquidazione, al patrimonio ereditario. In quanto azione di nullità essa è imprescrittibile. In via subordinata Cliente potrebbe chiedere al giudice la divisione giudiziale della comunione che verrebbe conseguentemente a formarsi sui beni oggetto dell’azione di simulazione, avendo egli citato tutti i litisconsorti necessari. Al contrario per agire in riduzione contro tale atto dovrebbe solo far accertare e dichiarare la simulazione causale, dimostrando che si trattasse di donazioni non nulle. Solo in tal modo l’atto sarebbe aggredibile con l’azione di riduzione. Ma tale strategia è sconsigliabile in quanto una siffatta azione di simulazione relativa/oggettiva si prescrive in dieci anni (spirati nel 2010) e in ogni caso difetterebbero i requisiti di sostanza e forma richiesti dalla donazione (atto pubblico in presenza di due testimoni).  Per tale ragione è preferibile una azione di simulazione volta a far dichiarare la nullità della cessione di quote, con travolgimento di tutti gli atti successivi.

 

– TUTELA CAUTELARE: SEQUESTRO GIUDIZIARIO ex art.670 c.p.c., A TUTELA DELLA QUOTA DI LEGITTIMA DEL FIGLIO NATURALE, il quale prescinde all’efficacia di giudicato della sentenza di riconoscimento della paternità de qua. Esso va infatti esperito in vista dell’azione di RIDUZIONE, attesa dunque la controversia in merito alla proprietà dei beni ereditari.

In ogni caso si consiglia di compulsare DIRETTAMENTE L’AZIONE DI RIDUZIONE SENZA LA NECESSITA’ DI UNA AZIONE CAUTELARE ANTE CAUSAM. L’azione infatti verràtrascritta ex art.2652 c.c., in modo da rendersi opponibile ai terzi aventi causa. Ciò stesso rappresenta una tutela per Cliente.

 

 

PER IL RISARCIMENTO DEL DANNO ENDOFAMILIARE

Sono esperibili DUE DISTINTE AZIONI:

1) da parte del sig.Cliente: AZIONE di RISARCIMENTO DEL DANNO NON PATRIMONIALE/ESISTENZIALE EX ART.2059 PER LA PRIVAZIONE DEL RAPPORTO PARENTALE, (c.d. ILLECITO AQUILIANO ENDOFAMILIARE, per violazione degli obblighi familiari);

2) da parte della MADRE del Sig. Cliente: AZIONE di REGRESSO contro gli eredi di Rossi, (per la sola loro quota parte spettante ad Rossi Giovanni, Carla, Elisabetta, Roberta e Giovanna Bianchi; dunque al netto della quota ricadente su Cliente, anch’egli erede e corresponsabile) per il RIMBORSO DELLE SPESE DI MANTENIMENTO SOSTENUTE per far fronte ai bisogni del figlio Cliente.

 

Milano, lì 13 Febbraio 2016

Avv. Roberto Campagnolo

 

 

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Specializzazioni

Pubblicazioni

Monografie del Prof. Roberto Campagnolo:

Separazioni Divorzi Convivenze-01

“Separazioni Divorzi Convivenze”
Pubblicazione online
anno 2013.
Avvocato matrimonialista divorzista R. Campagnolo.

La famiglia di fatto, gli accordi matrimoniali, la destinazione della casa familiare, lo status unico di figlio, la bigenitorialità, l’affidamento esclusivo e condiviso, il divorzio breve, ecc.
 

Successioni mortis causa

“Successioni mortis causa”, UTET (Torino) 2011.

Successioni e donazioni

“Successioni e Donazioni”, Giuffrè (Milano) 2009.

Pubblicazioni collettanee del Prof. Avv. Roberto Campagnolo, CEDAM, 2005, con aggiornamenti biennali.

Linguaggio e regole diritto privato

"Linguaggio e regole del diritto privato. Casi, domande e schede.", Giovanni Iudica, Paolo Zatti, Ed. Cedam.

Casi pubblicati dal Prof. Avv. Roberto Campagnolo e trattati nelle lezioni presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, in tema di separazioni, successioni, contratti.

Pubblicazioni del Prof. Roberto Campagnolo:

Codice Civile Annotato

Codice Civile Annotato
Editrice Egea
anno 2014.

Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo ha collaborato con i più importanti docenti italiani per l'annotazione dell'ultimo codice civile per quanto riguarda la parte del diritto di famiglia e successioni.

Il Civilista
Giuffrè Editore.

L'avv. Roberto Campagnolo ha pubblicato sulla rivista Il Civilista l'articolo relativo all'ammissibilità della clausola arbitrale nel testamento e la sua relativa funzione di prevenire liti future tra gli eredi.

Donazioni indirette - Successioni

L'avv. prof. Roberto Campagnolo ha pubblicato per la rivista Patrimonia&Consulenza (Successioni e Protezione Patrimoniale) un articolo sulle donazioni indirette.
 
UN REGALO con mille cavilli   Il padre che paga la casa del figlio. La polizza assicurativa a favore di un terzo. Persino il trust può essere utilizzato per scopi liberali. Ma le donazioni indirette presentano diverse implicazioni  successorie e tributarie. Una guida ragionata per districarsi tra codici  e  giurisprudenza. di Roberto Campagnolo   Qualsiasi forma di donazione indiretta o di stipulazione a favore di terzo può realizzare una liberalità indiretta laddove l’attribuzione al terzo beneficiario sia ef- fettuata a titolo liberale e non sorretta da altra causa. Anche la remissione di un debito può essere utilizzata quale negozio mezzo per attuare una donazione indiretta, ogniqualvolta vi sia la volontà di avvantaggiare il debitore per mero spirito di liberalità e la remissione non sia, inve- ce, utilizzata per altri scopi, quale, ad esempio, ottenere benefici fiscali. Tra le ipotesi più frequenti, certamente, rientra l’assicura- zione a favore di terzo, precisando però che oggetto della donazione indiretta non sarà l’indennità pagata dall’assi- curatore, ma il premio pagato dal sottoscrittore. Di ciò si ha conferma in due specifiche disposizioni nor- mative: gli articoli 741 e 1923 del codice civile. Altri negozi che possono concretizzare un risultato liberale senza dover ricorrere al contratto tipico di donazione possono essere la delegazione, l’espromissione e l’accollo. Così come il trust, che potrebbe potenzialmente essere utilizzato per scopi liberali, ma non si potrà avere donazione indi- retta nei rapporti tra settlor e tru- stee o tra quest’ultimo e il benefi- cary, bensì solo ed esclusivamente in quelli intercorrenti tra settlor e beneficiario. Tuttavia, l’ammissibi- lità di tali ipotesi è fortemente di- scussa, ritenendosi da molti autori che una simile liberalità potrebbe violare alcune delle inderogabili norme sostanziali applicabili anche alle donazioni indirette (divieto di donazione di beni futuri, art. 771 c.c.; divieto di rappresentanza vo- lontaria nella donazione, art. 778 c.c.). Ma la figura che, certamente, si rinviene più spesso nella pratica di tutti i giorni e che comporta le più annose questioni in tema suc- cessorio è l’acquisto di un bene (generalmente un immobile) da parte di un soggetto (si ipotizzi, un figlio), con denaro somministrato da una diversa persona (nell’esem- pio, il padre). Tale risultato può essere raggiunto attraverso due diverse vie. Il padre interviene solo al momento del pagamento del prezzo e, attraver- so un adempimento del terzo (art. 1180 c.c.), salda il dovuto diretta- mente a favore del venditore. Ovvero, il padre potrebbe, ante- riormente all’acquisto, fornire al figlio la provvista necessaria all’ac- quisto. Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte (fra tutte si veda Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 17604 del 04/09/2015), nel primo caso, oggetto della donazione in- diretta sarebbe l’immobile e non il denaro; nel secondo, invece, non si sarebbe in presenza di una dona- zione indiretta, ma di una dona- zione diretta del denaro. Appare opportuno sottolineare come la giurisprudenza abbia di recente precisato il proprio orien- tamento, affermando che si avrà donazione indiretta dell’immobile e non del denaro, solo laddove il pagamento effettuato dal terzo sia pari  all’intero  prezzo  pattuito per la vendita, giacché la corresponsio- ne del denaro costituisce una di- versa modalità per attuare l’iden- tico risultato giuridico-economico dell’attribuzione liberale dell’im- mobile esclusivamente nell’ipotesi in cui ne sostenga l’intero costo (così Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 2149 del 31/01/2014).  Donazione indiretta e donazione simulata Quando  si  tende  a  parificare    le ipotesi di donazione indiretta con quelle di simulazione, spesso, si può cade in errore. Ritornando alla figura più conosciuta di donazione indiretta (l’acquisto di un bene da parte del figlio, con denaro sommi- nistrato dal genitore), la donazione non va confusa con il diverso caso di trasferimento diretto dal genitore al figlio attraverso un negozio qualifi- cato dalle parti come “vendita”, ma senza che vi sia alcun effettivo paga- mento di un corrispettivo. In questa ipotesi, non si ha un negozio mezzo (la “vendita”) attraverso cui realiz- zare un arricchimento per spirito di liberalità; si avrà, invece, una vera e propria donazione diretta dissimu- lata. Si hanno, pertanto, due distinti negozi: uno reale (la donazione) ed uno fittizio (la vendita). Importante corollario di questa distinzione è la necessità che il negozio “fittizio” – nell’esempio la vendita – rispetti  i requisiti di forma imposti per i veri e propri negozi donativi, ossia l’atto pubblico notarile con l’irrinunciabi- le presenza dei testimoni, a pena di nullità.  Donazioni indirette e implicazioni successorie Tra  le  norme  di  carattere sostanziale dettate in materia di dona- zioni dirette e applicabili anche alle forme indirette di liberalità, una posizione di rilievo è occupata da quelle relative alla collazione, e imputazione. La realizzazione del- lo scopo liberale attraverso un ne- gozio mezzo non sottrae, infatti, il lascito munifico dagli obblighi ed oneri testé citati. Solo una espressa dispensa da imputazione e/o colla- zione potrà far sì che la    liberalità indiretta non sia soggetta alla re- lativa disciplina. Tutto ciò, ovvia- mente, nei soli limiti della quota disponibile. Così come le liberalità dirette, anche le donazioni indi- rette non possono ledere i diritti riservati dalla legge ai legittimari e, se lesive di tali diritti, saranno aggredibili con l’azione di riduzio- ne. Così, nell’esempio di acquisto di bene immobile con denaro del proprio genitore, il figlio, all’aper- tura della successione e qualora ne ricorrano i presupposti, sarà tenuto alla collazione del bene immobile ricevuto.  Analogamente,  il  legittimario leso che volesse agire in riduzione a tutela dei propri di- ritti, dovrebbe imputare (ai sensi dell’art. 564 c.c.) le donazioni, an- che indirette, ricevute in vita dal defunto.  Profili tributari nelle donazioni indirette L’Agenzia  delle  Entrate  ha avuto modo di precisare, nella circolare n. 30/E dell’11/08/2015 il pro- prio orientamento in ordine alla tassazione delle liberalità indiret- te. Avendo gli artt. 1 del D. Lgs. 346/1990 e 2, comma 47, del D.L. 262/2006, attribuito rilevanza fiscale ai fini dell’imposta di suc- cessione anche ai “trasferimenti di beni e diritti ... a titolo gratuito”, non si dubita che rientri nell’ambito applicativo ogni forma di liberalità tra vivi, compresa quella indiretta. L’imposta si applicherà tanto alle liberalità indirette risultanti da atti soggetti a registrazione, quanto a quelle caratterizzate dall’assenza di un atto soggetto a registrazione. Tuttavia, ai sensi dell’art. 1, com- ma   4-bis   D.Lgs.   346/1990  tale   imposta non dovrà essere applicata nei casi di donazioni o altre libe- ralità collegate ad atti concernenti il trasferimento o  la  costituzione di diritti immobiliari ovvero il tra- sferimento di aziende (non quote o azioni), qualora per l’atto sia pre- vista l’applicazione dell’imposta di registro, in misura proporzionale o dell’imposta sul valore aggiunto. Sempre con riferimento all’ipotesi più rilevante di donazione indi- retta sopra  richiamata,  pertanto,  in ragione dell’eccezione di cui sopra, sarà opportuno dichiarare nell’atto notarile  di  acquisto  che il pagamento è avvenuto a  cura del soggetto donante, in modo da garantire trasparenza non solo nei rapporti inter famigliari, bensì e soprattutto anche nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. Al di fuori dei casi disciplinati dal- la norma in esame, anche le dona- zioni indirette saranno soggette ad imposta, ai sensi dell’art 56-bis del D.Lgs. 346/1990, armonizzato in ragione delle aliquote e franchi- gie attualmente vigenti. Pertanto, dette liberalità saranno tassate  dif-   ferentemente, a seconda che la do- nazione emerga a seguito di un ac- certamento condotto nei confronti del contribuente, ovvero derivi da registrazione volontaria delle parti. Nel primo caso l’aliquota sarà sempre pari all’8% e troveranno applicazione le franchigie previste in tema di imposta di successione  e donazione a seconda del grado di parentela o dello status del dona- tario (1 milione di euro per il per coniuge ed i parenti in linea   retta; 100.000 euro per fratelli e sorelle; 1,5 milioni di euro per soggetti portatori di handicap). Nelle ipotesi di registrazione vo- lontaria, invece, anche le aliquote saranno differenti, a seconda del grado  di  parentela  intercorrente tra donante e donatario; si appli- cherà, pertanto, l’aliquota del 4% alle donazioni tra coniugi o parenti in linea retta; del 6% a quelle tra fratelli o sorelle; dell’8% alle dona- zioni effettuate a favore di soggetti portatori di handicap). Anche in tali ipotesi rimarranno operative le franchigie sopra esa- minate.    Donatari, donanti e Agenzia delle Entrate: un breve vademecum  Nella prassi sono assai frequenti i casi di donazioni tra familiari: i genitori che versano del denaro sul conto del loro figlio per l’acquisto di un’auto o di un immobile. L’Agenzia delle Entrate ha necessità di verificare la tracciabilità dei bonifici sia in entrata che in uscita soprattutto quando vi sia uno scostamento del 20% rispetto al reddito normalmente percepito dal donatario. In poche parole l’amministrazione finanziaria deve verificare che non si tratti di somme cc.dd. “a nero”. Come cautelarsi?   Oltre all’indicazione della causale nel bonifico, sarà opportuno redigere una scrittu- ra privata tra donante (genitori) e donatario (figlio) nella quale si indichino le somme versate e la data del versamento.  Per far sì che la data sia certa basterà inviare anche a sé stessi la scrittura a mezzo raccomandata (il timbro postale renderà così la data certa ed incontestabile) o attra- verso lo scambio della scrittura con posta elettronica certificata.   Nota bene: la scrittura privata può essere utilizzata solo per le somme di modico valore; in caso contrario sarà necessario l’atto notarile.

Art Advisor

L'avv. prof. Roberto Campagnolo tiene una rubrica sul diritto dell'arte per la rivista Patrimonia&Consulenza (Successioni e Protezione Patrimoniale).
 
Qualche mese fa ha fatto scalpore il ritrovamen- to di un’opera di Caravaggio nella soffitta di una casa vicino a Tolosa  in  Francia, valutata intorno ai 120 milioni di euro. E che dire poi delle quotazioni stellari dei capolavori dei grandi maestri dell’arte moderna e contemporanea battute dalle case d’asta internazionali? Sfogliando le classifiche delle opere d’arte più costose si scopre per esempio che il dipinto di Pablo Picasso “Les Femmes d’Alger” è stato battuto ad un’asta di Christies’s a New York per 179,3 milioni di dollari, battendo tutti i record delle opere più costose della storia. E ancora il “Nu couché” di Amedeo Modigliani è stato aggiudicato per la stratosferica cifra di 170,4 milioni di dollari sempre durante un’asta di Christie’s a New York.    LUGLIO SETTEMBRE Successioni e Protezione Patrimoniale         Secondo un recente rapporto di Skate’s, uno dei principali operatori mondiali dell’art business, il mer- cato dell’arte ha raggiunto il valore di 53,8 miliardi di dollari, domi- nato da una ristretta élite di riser- vatissimi nomi, ma sempre più dif- fuso anche tra le fasce medio-alte di appassionati e investitori. L’ap- proccio all’arte come investimento è un’idea che all’estero è maturata già da diversi anni: il prototipo na- sce negli Stati Uniti nel 1979, e la Deutsche Bank ha messo insieme dal 1979 circa 50.000 opere d’ar-  te moderna offrendo consulenza, seguita poi da Citigroup Private Banking che offre questo servizio da oltre 20 anni grazie al proprio art advisory department situato a New York.  Ma chi è l’art advisory? Si tratta di una figura di mediazio- ne che associa alla conoscenza del- la storia dell’arte, capacità critiche e competenze economico-finan- ziarie. L’art advisor è infatti una figura professionale che ha preva- lentemente il compito di orientare i propri clienti nell’acquisto e/o inve- stimento in opere d’arte, indicando quando e cosa vendere e comprare, secondo le proposte di mercato, at- traverso un’attività di ricerca e ana- lisi del mercato dell’arte, con criteri di riservatezza, in alternativa alla vendita pubblica presso case d’asta. La consulenza è declinata in varie forme: da quella relativa alla fase di creazione di una collezione d’arte, che  comprende  sia  l’acquisto  sia la vendita, alla consulenza per le strategie di gestione e di valoriz- zazione personalizzate; da quella per la protezione dei patrimoni artistici  ereditati,  alla consulenza      tecnico-logistica, assicurativa e alla assistenza legale, con riguardo a singole opere d’arte o a intere col- lezioni. Nella maggior parte dei casi l’art advisor è una figura che opera in- dividualmente, come freelance. In Italia non esiste né un albo profes- sionale né un organo di controllo, quindi l’autodefinirsi art advisor comporta dei rischi per quanto ri- guarda la credibilità della figura, che non sempre è garanzia di    serietà  e  fiducia.  Allo stesso tempo, non esiste un percorso accademi- co ad hoc e assieme a una prepa- razione teorica storico-artistica è necessario affiancare esperienze pratiche, quali workshop, corsi professionali post laurea, la lettu- ra di articoli, la frequentazione di mostre, musei e gallerie d’arte. È fondamentale, inoltre, viaggiare e seguire l’andamento del mercato artistico attraverso le fiere e le aste. È importante  che  l’art  advisor sia   anche  un  legale,  in  quanto potrà così redigere durante le  trattati-  ve la c.d. LOI (lettera di intenti) sottoscritta dal futuro buyer, esa- minare le clausole del POF (lettera di garanzia di una banca del buyer) e redigere gli eventuali contratto preliminare e contratto definitivo. Ovviamente, saprà condurre le trattative con buona fede e discrezione, come richiede la propria deontologia professionale. Una garanzia in più per il closing.    Le opere d’arte e la successione di Roberto Campagnolo  Il D.Lgs. 346/90 prevede una tassazione con franchigie (1.000.000 di euro per coniuge e paren- ti in linea retta; 100.000 euro per fratelli e sorelle; 1.500.000 euro per soggetti portatori di handicap grave) ed aliquote variabili (del 4%, 6% ed 8%) in ragione del grado di parentela esistente tra il defunto e gli eredi. La tassazione (salve le eccezioni previste in ordine a beni immobili, partecipazioni sociali ed altri casi specifici) dovrebbe essere effettuata sulla base dei valori di mercato dei beni caduti in suc- cessione. In realtà, l’articolo 9 del D. Lgs. 346/90 prevede che si considerano compresi nell’attivo ereditario denaro, gioielli e mobilia per un importo pari al 10% del valore dell’asse ereditario netto (ossia, secondo l’orientamento prevalente, eccedente le even- tuali franchigie) anche se non dichiarati o se dichiarati per un importo inferiore. La norma in esame precisa che “si considera mobilia l’insieme dei beni mobili destinati all’uso o all’orna- mento delle abitazioni, compresi i beni culturali non sottoposti a vincolo”, potendosi far rientrare, quindi, in tale categoria cer- tamente le opere d’arte custodite in abitazioni private. Resta- no escluse da tale presunzione, pertanto, le opere custodite in luogo diverso, sulle quali dovrà applicarsi l’imposta in base al valore di mercato. Potrebbe ritenersi, semplicisticamente, non necessario indi- care nella dichiarazione di successione l’esistenza delle opere presenti all’interno di immobili di proprietà del defunto, avvantaggiandosi, in virtù della presunzione di cui sopra, di un indubbio vantaggio fiscale. Occorre, tuttavia, precisarsi come l’omessa indicazione potreb- be far sorgere problematiche in ordine alla prova sulla titolarità dell’opera, in caso di vendita da parte dell’erede. Deve, inoltre, segnalarsi come la disposizione normativa citata operi una presunzione, come tale superabile dalla prova contraria essendo, pertanto, consentito al contribuente di dimostrare, attraverso un dettagliato inventario dei beni, un imponibile inferiore.

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