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Il Trust nella successione

Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo, dello Studio Legale Campagnolo e Associati, ha redatto il seguente saggio sul trust, istituto di estrema attualità che sta assumendo una notevole importanza nella trasmissione della ricchezza patrimoniale, anche nell'ambito della famiglia.

IL TRUST

Il trust è un istituto di matrice anglosassone mediante il quale un soggetto utilizza uno o più beni (i quali possono essere indistintamente immobili, mobili registrati, mobili non registrati e crediti) per addivenire alla costituzione di un patrimonio separato, finalizzato ad uno o più scopi specifici.

Esso ha trovato ingresso nel nostro ordinamento per mezzo della legge 9 ottobre 1989, n. 364, entrata in vigore il 1° gennaio 1992, la quale ha recepito la Convenzione dell'Aja del 1985, divenendo, in tal modo, a tutti gli effetti un istituto riconosciuto nel nostro Paese ma non direttamente regolamentato dalla legge italiana.
È infatti la stessa Convenzione che, all'articolo 2, si preoccupa di fornire una definizione dell’istituto in esame, prevedendo che “per trust s'intendono i rapporti giuridici istituiti da una persona, il disponente, con atto tra vivi o mortis causa, qualora alcuni beni siano stati posti sotto il controllo di un trustee nell'interesse di un beneficiario o per un fine determinato”.
In altre parole, il trust ricorre quando un soggetto, chiamato settlor, al fine di separare dal suo patrimonio alcuni beni per il perseguimento di specifici interessi, li sottopone, indistintamente mediante testamento o atto inter vivos, al controllo, affidamento e gestione di un altro soggetto, il quale potrà essere una persona (cd. “trustee”) oppure una società professionale (cd. “trust company”).
Sostanzialmente il trust può essere utile ogni volta in cui un certo scopo, da realizzarsi mediante determinati beni, sia raggiungibile mediante l’affidamento dei predetti beni a un soggetto diverso da colui che matura il desiderio di realizzare quello scopo.
L’effetto del trust è duplice: da un lato provoca la fuoriuscita di determinati beni dal patrimonio del disponente e dall’altro comporta la segregazione o separazione di tali beni nell’ambito del patrimonio del trustee, all’interno del quale i beni stessi vengono trasferiti mediante un vero e proprio passaggio di proprietà.
I beni impegnati risultano, quindi, sottoposti sia ad un vincolo di destinazione (ovvero riservati alla realizzazione di uno specifico scopo o ad un determinato soggetto) che ad un vincolo di separazione (cioè sono giuridicamente separati sia dal patrimonio residuo del disponente sia da quello del trustee).
Sempre l'articolo 2, infatti, stabilisce, nel delineare i caratteri principali dell’istituto, “a) che i beni del trust costituiscono una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del trustee; b) che il trustee ha il potere-dovere di amministrare o disporre dei beni secondo quanto previsto dall’atto costitutivo o dalla legge; c) che non è incompatibile con l’esistenza del trust il fatto che il costituente si riservi alcune prerogative o che al trustee siano riconosciuti alcuni diritti come beneficiario”.
Quanto detto significa che, dal momento che i beni del trust formano un patrimonio separato, essi non potranno in nessun caso essere aggrediti dai creditori di nessuno dei soggetti coinvolti, anche nel caso in cui siano intestati ad un altro soggetto, non appartenendo, di fatto, né al trustee, né al settlor.
Proprio questo punto è stato uno di quelli che maggiormente hanno complicato l'accettazione dell'istituto in esame nel nostro paese.
Il trustee, infatti, è l’unico titolare dei diritti relativi ai beni interessati che il settlor ha deciso di vincolare, seppure nell’interesse dei beneficiari o per il perseguimento dello scopo definito, ma questi restano all’interno del patrimonio del trust e diventano estranei sia al patrimonio del disponente che a quello personale del trustee.
Quanto detto si scontra però con il fatto che in Italia, secondo l'opinione maggioritaria della dottrina e della giurisprudenza, la proprietà non possa in alcun caso essere sdoppiata, con il risultato che, inizialmente, diversi studiosi di notevole pregio hanno ritenuto che l’istituto in esame fosse in contrasto con i principi fondanti del nostro sistema di diritto, tentando di farlo rientrare in alcune categorie già esistenti e riconosciute nel nostro ordinamento.
Sul punto, però, occorre sottolineare che, rispetto ai due istituti “nostrani” maggiormente somiglianti, ovvero il negozio fiduciario e il contratto in favore di terzi, sussistono alcune fondamentali differenze che fanno del trust uno strumento assolutamente a sé stante.
Circa il negozio fiduciario, infatti, il trustee, nello svolgimento della propria funzione, sarà obbligato solo ed esclusivamente verso il beneficiario del trust e mai nei confronti del settlor, il che costituisce la maggior differenza rispetto all'istituto appena citato.
Quanto al contratto a favore di terzi, invece, la differenza fondamentale è costituita dal fatto che il beneficiario non dovrà dichiarare di voler beneficiare del trust istituito in suo favore, essendo esso istituibile direttamente mediante l’atto unilaterale del disponente.
Ciò premesso circa l’istituto del trust, occorre soffermarsi sulle caratteristiche di settlor e trustee.
In particolare, se la persona del settlor potrà essere impersonata da chiunque conferisca determinati suoi beni in un trust, con riguardo alla figura del trustee occorre segnalare che, per espressa determinazione dell’articolo 11, potrà rivestire tale ruolo soltanto chi abbia determinate caratteristiche; il trustee, infatti, dovrà essere “dotato della capacità di agire e di essere convenuto in giudizio, oltre che di comparire, in qualità di trustee, davanti a notai o altre persone che rappresentino un'autorità pubblica”.
Stante quanto detto, occorre però precisare che, benché i trust presentino caratteristiche comuni, i singoli trust potranno essere enormemente differenziati l'uno dall'altro.
Questo del resto non stupisce, dal momento che il trust costituisce uno dei mezzi che maggiormente tutelano e garantiscono l'autonomia privata.
Innanzitutto, la principale differenza risiede nel fatto che non sempre - e comunque non necessariamente - l’istituto del trust richiede la compresenza di trustee, settlor e beneficiario.
Infatti, nei cosiddetti trust di destinazione, i beni sono destinati a uno scopo specifico e vengono vincolati alla realizzazione di tale obiettivo, il che implica la totale assenza di un qualsivoglia beneficiario.
Inoltre, quand’anche vi sia un beneficiario, questo potrà essere sia determinato che indeterminato (in tale secondo caso la determinazione potrà essere compiuta successivamente dal settlor), oltre che immediato, mediato o finale, a seconda del momento in cui trarrà utilità dai beni costituenti il trust, godendone i frutti.
In altre fattispecie, poi, può verificarsi anche che il soggetto interessato dal trust sia uno solo, non essendoci alcuna limitazione nel far coincidere le figure del trustee e del settlor. Quest’ultimo, infatti, ben potrebbe decidere di vincolare alcuni suoi beni ad uno specifico scopo e nominarsi trustee con riferimento a quel determinato trust.
Al contrario, invece, è possibile che ai soggetti coinvolti se ne aggiunga un quarto, il quale prende il nome di protector e svolge funzioni di controllo e supplenza del trustee.
Quanto, infine, alla durata del trust, questa è determinata dal settlor, il quale non può revocare il trust, salvo il caso in cui sia stato stabilito dall’atto costitutivo; inoltre, tendenzialmente, tale istituto non può essere perpetuo, a meno che lo specifico ordinamento interessato non lo preveda espressamente.
Il trust, infatti, come stabilito dall’articolo 6, non è regolato da un’unica legge.
Questo significa, dunque, che la legge applicabile dovrà essere scelta volontariamente dal disponente nell’ambito delle giurisdizioni che ammettano e disciplinino in modo specifico il trust, con la precisazione, fornita all’articolo 7, secondo la quale “qualora non sia stata scelta alcuna legge, il trust sarà regolato dalla legge con la quale ha collegamenti più stretti”.
Occorre specificare, inoltre, che è consentito prevedere che alcuni aspetti del trust siano disciplinati dalle leggi di due paesi differenti e che non sussiste alcun problema né per il riconoscimento in Italia di un trust istituito all’estero, né per la costituzione in Italia di un trust per beni situati all’estero. Allo stesso modo non c’è alcun limite per i cittadini stranieri circa la costituzione in Italia un trust su beni situati nel nostro paese.
Questione che ha fatto molto discutere riguarda, invece, la possibilità di istituire dei trust in Italia da parte di cittadini italiani per beni situati in Italia.
Infatti, non essendo stata seguita la ratifica della Convezione dell’Aja da una legge di applicazione, l’Italia, che pur si è impegnata a riconoscere i trust che presentano elementi di collegamento con il diritto di altri Stati che riconoscono l’istituto del trust, non ha affrontato la questione afferente il piano del diritto interno, con il risultato che il trust interno è stato riconosciuto come ammissibile esclusivamente in tempi recenti e mediante un largo uso dell’intervento giurisprudenziale.
In ogni caso, la legge prescelta o selezionata secondo i criteri indicati dall’articolo 7, disciplina “la validità, l'interpretazione, gli effetti e l'amministrazione del trust”, con particolare riferimento a: “a) la nomina, le dimissioni e la revoca dei trustee, la capacità di esercitare l'ufficio di trustee e la trasmissione delle funzioni di trustee; b) i diritti e obblighi dei trustee tra di loro; c) il diritto del trustee di delegare in tutto o in parte l'adempimento dei suoi obblighi o l'esercizio dei suoi poteri; d) il potere del trustee di amministrare e di disporre dei beni in trust, di darli in garanzia e di acquisire nuovi beni; e) il potere del trustee di effettuare investimenti; f) i limiti relativi alla durata del trust e ai poteri di accantonare il reddito del trust; g) i rapporti tra trustee e beneficiari, compresa la responsabilità personale del trustee nei confronti di questi ultimi; h) la modifica o la cessazione del trust; i) la distribuzione dei beni in trust; j) l'obbligo del trustee di rendere conto della sua gestione”.
Occorre precisare, poi, che la Convenzione, all’articolo 15, procede all’elencazione, per quanto non esaustiva, di una serie di materie delle cui norme inderogabili fa salva l’applicazione, prevedendo che, in caso di contrasto del singolo trust con tali norme o con i principi di ordine pubblico, il Giudice dovrà cercare di attuare gli scopi del trust in altro modo.
Quanto alla situazione attuale, bisogna riconoscere che, grazie alla sua duttilità, il trust è riuscito a ritagliarsi uno spazio sempre maggiore anche nel panorama italiano.
Ad esempio, infatti, esso risulta molto utile nell’ambito del diritto di famiglia, in particolar modo nel corso dei procedimenti di separazione o divorzio, come efficace strumento per la gestione dei beni comuni destinati alla famiglia. Di fatto, per la famiglia tradizionale il trust sopperisce ai limiti dell’istituto del fondo patrimoniale, in quanto offre un effetto segregativo di portata generale e di durata nel tempo, a prescindere dalla permanenza del vincolo del matrimonio.
Allo stesso modo, il trust può rivelarsi molto utile nell’ambito della gestione di beni mobiliari o immobiliari, così come nell’ambito societario, dando vita ad una serie di veri e propri patrimoni autonomi, separati da quelli del settlor e del trustee e dunque non aggredibili dai rispettivi creditori, da utilizzare per scopi predeterminati.
Inoltre, il trust può rispondere anche ad esigenze successorie. Ben può accadere, infatti, che un soggetto decida di ricorrervi per tutelare un determinato patrimonio nel passaggio
generazionale oppure per tutelarlo dal rischio dello sperpero ad opera di soggetti incapaci di amministrarlo. Sul punto occorre precisare che tale istituto non pone alcun problema di contrasto con il divieto dei patti successori; infatti, se il patto successorio si concreta in un contratto tra il futuro de cuius e l’erede o il futuro erede e un beneficiario, nel trust è completamente assente tale elemento dell’accordo tra settlor e beneficiario.
In conclusione si può affermare che il trust è diventato un istituto essenziale e largamente utilizzato, il cui successo è legato sostanzialmente alla sua natura di strumento che consente di tutelare una serie di interessi che le nostre categorie giuridiche, ormai affette da un profondo invecchiamento, non sarebbero in grado di proteggere.
Inoltre, circa le posizioni di quella ristretta minoranza che ancora oggi si ostina a negare l’ammissibilità del trust, sono stati, in diverse occasioni, la giurisprudenza e lo stesso Legislatore a intervenire sull’argomento.
Infatti, in risposta a chi, in tema di pubblicità, sosteneva che mancasse una norma in base alla quale si sarebbe potuta effettuare la trascrizione e che il nostro sistema immobiliare non riconoscesse la trascrizione di una doppia titolarità, la giurisprudenza ha stabilito che la trascrizione del trust può avvenire per il tramite dell’articolo 2645 c.c..
Inoltre, il Tribunale di Trieste, con decreto emesso già in data 25 settembre 2005, si era pronunciato a favore dell’ammissibilità del trust nel nostro ordinamento, sulla scia di altre pronunzie giudiziarie di merito succedutesi in materia, quasi tutte favorevoli all’applicazione del negozio anglosassone (ex multis Trib. Bologna, sent. 1° ottobre 2003).
In ogni caso, il problema della trascrivibilità del trust è stato definitivamente superato mediante l’introduzione – ormai avvenuta oltre 10 anni fa - dell’articolo 2645 ter c.c., il quale prevede la trascrizione degli atti di destinazione che non superino i 90 anni.
La rilevanza di tale norma è duplice, perché non solo ha sanato non solo ogni dubbio sulla possibilità di trascrivere il trust, ma, di gran lunga più importante, ha sancito indirettamente la legittimità di tale istituto.
Occorre precisare, però, che il vastissimo uso che del trust viene fatto in Italia ha imposto ulteriori interventi giurisprudenziali per arginare l’utilizzo elusivo di tale strumento rispetto alle leggi nazionali.
Per questo motivo, tanto il Tribunale di Bologna quanto quello di Trieste, entrambi con sentenze del gennaio 2014, hanno precisato due aspetti sostanziali di cui devono necessariamente fregiarsi i trust interni per essere ritenuti ammissibili.
Innanzitutto essi devono essere meritevoli di tutela, ossia perseguire un fine che con gli ordinari strumenti del diritto civile non sarebbe altrimenti perseguibile; tale precisazione, inoltre, deve essere obbligatoriamente contenuta nelle premesse dell’atto istitutivo.
In secondo luogo, da ultimo, il disponente non può riservarsi ogni potere all’interno del trust, dal momento che qualsiasi trust interno deve comunque passare il primo ed imprescindibile vaglio di conformità ai precetti posti a fondamento della Convenzione, il cui articolo 2, ultimo comma, esclude espressamente tale possibilità.

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Specializzazioni

Pubblicazioni

Monografie del Prof. Roberto Campagnolo:

Separazioni Divorzi Convivenze-01

“Separazioni Divorzi Convivenze”
Pubblicazione online
anno 2013.
Avvocato matrimonialista divorzista R. Campagnolo.

La famiglia di fatto, gli accordi matrimoniali, la destinazione della casa familiare, lo status unico di figlio, la bigenitorialità, l’affidamento esclusivo e condiviso, il divorzio breve, ecc.
 

Successioni mortis causa

“Successioni mortis causa”, UTET (Torino) 2011.

Successioni e donazioni

“Successioni e Donazioni”, Giuffrè (Milano) 2009.

Pubblicazioni collettanee del Prof. Avv. Roberto Campagnolo, CEDAM, 2005, con aggiornamenti biennali.

Linguaggio e regole diritto privato

"Linguaggio e regole del diritto privato. Casi, domande e schede.", Giovanni Iudica, Paolo Zatti, Ed. Cedam.

Casi pubblicati dal Prof. Avv. Roberto Campagnolo e trattati nelle lezioni presso l'Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano, in tema di separazioni, successioni, contratti.

Pubblicazioni del Prof. Roberto Campagnolo:

Codice Civile Annotato

Codice Civile Annotato
Editrice Egea
anno 2014.

Il Prof. Avv. Roberto Campagnolo ha collaborato con i più importanti docenti italiani per l'annotazione dell'ultimo codice civile per quanto riguarda la parte del diritto di famiglia e successioni.

Il Civilista
Giuffrè Editore.

L'avv. Roberto Campagnolo ha pubblicato sulla rivista Il Civilista l'articolo relativo all'ammissibilità della clausola arbitrale nel testamento e la sua relativa funzione di prevenire liti future tra gli eredi.

Donazioni indirette - Successioni

L'avv. prof. Roberto Campagnolo ha pubblicato per la rivista Patrimonia&Consulenza (Successioni e Protezione Patrimoniale) un articolo sulle donazioni indirette.
 
UN REGALO con mille cavilli   Il padre che paga la casa del figlio. La polizza assicurativa a favore di un terzo. Persino il trust può essere utilizzato per scopi liberali. Ma le donazioni indirette presentano diverse implicazioni  successorie e tributarie. Una guida ragionata per districarsi tra codici  e  giurisprudenza. di Roberto Campagnolo   Qualsiasi forma di donazione indiretta o di stipulazione a favore di terzo può realizzare una liberalità indiretta laddove l’attribuzione al terzo beneficiario sia ef- fettuata a titolo liberale e non sorretta da altra causa. Anche la remissione di un debito può essere utilizzata quale negozio mezzo per attuare una donazione indiretta, ogniqualvolta vi sia la volontà di avvantaggiare il debitore per mero spirito di liberalità e la remissione non sia, inve- ce, utilizzata per altri scopi, quale, ad esempio, ottenere benefici fiscali. Tra le ipotesi più frequenti, certamente, rientra l’assicura- zione a favore di terzo, precisando però che oggetto della donazione indiretta non sarà l’indennità pagata dall’assi- curatore, ma il premio pagato dal sottoscrittore. Di ciò si ha conferma in due specifiche disposizioni nor- mative: gli articoli 741 e 1923 del codice civile. Altri negozi che possono concretizzare un risultato liberale senza dover ricorrere al contratto tipico di donazione possono essere la delegazione, l’espromissione e l’accollo. Così come il trust, che potrebbe potenzialmente essere utilizzato per scopi liberali, ma non si potrà avere donazione indi- retta nei rapporti tra settlor e tru- stee o tra quest’ultimo e il benefi- cary, bensì solo ed esclusivamente in quelli intercorrenti tra settlor e beneficiario. Tuttavia, l’ammissibi- lità di tali ipotesi è fortemente di- scussa, ritenendosi da molti autori che una simile liberalità potrebbe violare alcune delle inderogabili norme sostanziali applicabili anche alle donazioni indirette (divieto di donazione di beni futuri, art. 771 c.c.; divieto di rappresentanza vo- lontaria nella donazione, art. 778 c.c.). Ma la figura che, certamente, si rinviene più spesso nella pratica di tutti i giorni e che comporta le più annose questioni in tema suc- cessorio è l’acquisto di un bene (generalmente un immobile) da parte di un soggetto (si ipotizzi, un figlio), con denaro somministrato da una diversa persona (nell’esem- pio, il padre). Tale risultato può essere raggiunto attraverso due diverse vie. Il padre interviene solo al momento del pagamento del prezzo e, attraver- so un adempimento del terzo (art. 1180 c.c.), salda il dovuto diretta- mente a favore del venditore. Ovvero, il padre potrebbe, ante- riormente all’acquisto, fornire al figlio la provvista necessaria all’ac- quisto. Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte (fra tutte si veda Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 17604 del 04/09/2015), nel primo caso, oggetto della donazione in- diretta sarebbe l’immobile e non il denaro; nel secondo, invece, non si sarebbe in presenza di una dona- zione indiretta, ma di una dona- zione diretta del denaro. Appare opportuno sottolineare come la giurisprudenza abbia di recente precisato il proprio orien- tamento, affermando che si avrà donazione indiretta dell’immobile e non del denaro, solo laddove il pagamento effettuato dal terzo sia pari  all’intero  prezzo  pattuito per la vendita, giacché la corresponsio- ne del denaro costituisce una di- versa modalità per attuare l’iden- tico risultato giuridico-economico dell’attribuzione liberale dell’im- mobile esclusivamente nell’ipotesi in cui ne sostenga l’intero costo (così Cass. Civ., Sez. 2, Sentenza n. 2149 del 31/01/2014).  Donazione indiretta e donazione simulata Quando  si  tende  a  parificare    le ipotesi di donazione indiretta con quelle di simulazione, spesso, si può cade in errore. Ritornando alla figura più conosciuta di donazione indiretta (l’acquisto di un bene da parte del figlio, con denaro sommi- nistrato dal genitore), la donazione non va confusa con il diverso caso di trasferimento diretto dal genitore al figlio attraverso un negozio qualifi- cato dalle parti come “vendita”, ma senza che vi sia alcun effettivo paga- mento di un corrispettivo. In questa ipotesi, non si ha un negozio mezzo (la “vendita”) attraverso cui realiz- zare un arricchimento per spirito di liberalità; si avrà, invece, una vera e propria donazione diretta dissimu- lata. Si hanno, pertanto, due distinti negozi: uno reale (la donazione) ed uno fittizio (la vendita). Importante corollario di questa distinzione è la necessità che il negozio “fittizio” – nell’esempio la vendita – rispetti  i requisiti di forma imposti per i veri e propri negozi donativi, ossia l’atto pubblico notarile con l’irrinunciabi- le presenza dei testimoni, a pena di nullità.  Donazioni indirette e implicazioni successorie Tra  le  norme  di  carattere sostanziale dettate in materia di dona- zioni dirette e applicabili anche alle forme indirette di liberalità, una posizione di rilievo è occupata da quelle relative alla collazione, e imputazione. La realizzazione del- lo scopo liberale attraverso un ne- gozio mezzo non sottrae, infatti, il lascito munifico dagli obblighi ed oneri testé citati. Solo una espressa dispensa da imputazione e/o colla- zione potrà far sì che la    liberalità indiretta non sia soggetta alla re- lativa disciplina. Tutto ciò, ovvia- mente, nei soli limiti della quota disponibile. Così come le liberalità dirette, anche le donazioni indi- rette non possono ledere i diritti riservati dalla legge ai legittimari e, se lesive di tali diritti, saranno aggredibili con l’azione di riduzio- ne. Così, nell’esempio di acquisto di bene immobile con denaro del proprio genitore, il figlio, all’aper- tura della successione e qualora ne ricorrano i presupposti, sarà tenuto alla collazione del bene immobile ricevuto.  Analogamente,  il  legittimario leso che volesse agire in riduzione a tutela dei propri di- ritti, dovrebbe imputare (ai sensi dell’art. 564 c.c.) le donazioni, an- che indirette, ricevute in vita dal defunto.  Profili tributari nelle donazioni indirette L’Agenzia  delle  Entrate  ha avuto modo di precisare, nella circolare n. 30/E dell’11/08/2015 il pro- prio orientamento in ordine alla tassazione delle liberalità indiret- te. Avendo gli artt. 1 del D. Lgs. 346/1990 e 2, comma 47, del D.L. 262/2006, attribuito rilevanza fiscale ai fini dell’imposta di suc- cessione anche ai “trasferimenti di beni e diritti ... a titolo gratuito”, non si dubita che rientri nell’ambito applicativo ogni forma di liberalità tra vivi, compresa quella indiretta. L’imposta si applicherà tanto alle liberalità indirette risultanti da atti soggetti a registrazione, quanto a quelle caratterizzate dall’assenza di un atto soggetto a registrazione. Tuttavia, ai sensi dell’art. 1, com- ma   4-bis   D.Lgs.   346/1990  tale   imposta non dovrà essere applicata nei casi di donazioni o altre libe- ralità collegate ad atti concernenti il trasferimento o  la  costituzione di diritti immobiliari ovvero il tra- sferimento di aziende (non quote o azioni), qualora per l’atto sia pre- vista l’applicazione dell’imposta di registro, in misura proporzionale o dell’imposta sul valore aggiunto. Sempre con riferimento all’ipotesi più rilevante di donazione indi- retta sopra  richiamata,  pertanto,  in ragione dell’eccezione di cui sopra, sarà opportuno dichiarare nell’atto notarile  di  acquisto  che il pagamento è avvenuto a  cura del soggetto donante, in modo da garantire trasparenza non solo nei rapporti inter famigliari, bensì e soprattutto anche nei confronti dell’Agenzia delle Entrate. Al di fuori dei casi disciplinati dal- la norma in esame, anche le dona- zioni indirette saranno soggette ad imposta, ai sensi dell’art 56-bis del D.Lgs. 346/1990, armonizzato in ragione delle aliquote e franchi- gie attualmente vigenti. Pertanto, dette liberalità saranno tassate  dif-   ferentemente, a seconda che la do- nazione emerga a seguito di un ac- certamento condotto nei confronti del contribuente, ovvero derivi da registrazione volontaria delle parti. Nel primo caso l’aliquota sarà sempre pari all’8% e troveranno applicazione le franchigie previste in tema di imposta di successione  e donazione a seconda del grado di parentela o dello status del dona- tario (1 milione di euro per il per coniuge ed i parenti in linea   retta; 100.000 euro per fratelli e sorelle; 1,5 milioni di euro per soggetti portatori di handicap). Nelle ipotesi di registrazione vo- lontaria, invece, anche le aliquote saranno differenti, a seconda del grado  di  parentela  intercorrente tra donante e donatario; si appli- cherà, pertanto, l’aliquota del 4% alle donazioni tra coniugi o parenti in linea retta; del 6% a quelle tra fratelli o sorelle; dell’8% alle dona- zioni effettuate a favore di soggetti portatori di handicap). Anche in tali ipotesi rimarranno operative le franchigie sopra esa- minate.    Donatari, donanti e Agenzia delle Entrate: un breve vademecum  Nella prassi sono assai frequenti i casi di donazioni tra familiari: i genitori che versano del denaro sul conto del loro figlio per l’acquisto di un’auto o di un immobile. L’Agenzia delle Entrate ha necessità di verificare la tracciabilità dei bonifici sia in entrata che in uscita soprattutto quando vi sia uno scostamento del 20% rispetto al reddito normalmente percepito dal donatario. In poche parole l’amministrazione finanziaria deve verificare che non si tratti di somme cc.dd. “a nero”. Come cautelarsi?   Oltre all’indicazione della causale nel bonifico, sarà opportuno redigere una scrittu- ra privata tra donante (genitori) e donatario (figlio) nella quale si indichino le somme versate e la data del versamento.  Per far sì che la data sia certa basterà inviare anche a sé stessi la scrittura a mezzo raccomandata (il timbro postale renderà così la data certa ed incontestabile) o attra- verso lo scambio della scrittura con posta elettronica certificata.   Nota bene: la scrittura privata può essere utilizzata solo per le somme di modico valore; in caso contrario sarà necessario l’atto notarile.

Art Advisor

L'avv. prof. Roberto Campagnolo tiene una rubrica sul diritto dell'arte per la rivista Patrimonia&Consulenza (Successioni e Protezione Patrimoniale).
 
Qualche mese fa ha fatto scalpore il ritrovamen- to di un’opera di Caravaggio nella soffitta di una casa vicino a Tolosa  in  Francia, valutata intorno ai 120 milioni di euro. E che dire poi delle quotazioni stellari dei capolavori dei grandi maestri dell’arte moderna e contemporanea battute dalle case d’asta internazionali? Sfogliando le classifiche delle opere d’arte più costose si scopre per esempio che il dipinto di Pablo Picasso “Les Femmes d’Alger” è stato battuto ad un’asta di Christies’s a New York per 179,3 milioni di dollari, battendo tutti i record delle opere più costose della storia. E ancora il “Nu couché” di Amedeo Modigliani è stato aggiudicato per la stratosferica cifra di 170,4 milioni di dollari sempre durante un’asta di Christie’s a New York.    LUGLIO SETTEMBRE Successioni e Protezione Patrimoniale         Secondo un recente rapporto di Skate’s, uno dei principali operatori mondiali dell’art business, il mer- cato dell’arte ha raggiunto il valore di 53,8 miliardi di dollari, domi- nato da una ristretta élite di riser- vatissimi nomi, ma sempre più dif- fuso anche tra le fasce medio-alte di appassionati e investitori. L’ap- proccio all’arte come investimento è un’idea che all’estero è maturata già da diversi anni: il prototipo na- sce negli Stati Uniti nel 1979, e la Deutsche Bank ha messo insieme dal 1979 circa 50.000 opere d’ar-  te moderna offrendo consulenza, seguita poi da Citigroup Private Banking che offre questo servizio da oltre 20 anni grazie al proprio art advisory department situato a New York.  Ma chi è l’art advisory? Si tratta di una figura di mediazio- ne che associa alla conoscenza del- la storia dell’arte, capacità critiche e competenze economico-finan- ziarie. L’art advisor è infatti una figura professionale che ha preva- lentemente il compito di orientare i propri clienti nell’acquisto e/o inve- stimento in opere d’arte, indicando quando e cosa vendere e comprare, secondo le proposte di mercato, at- traverso un’attività di ricerca e ana- lisi del mercato dell’arte, con criteri di riservatezza, in alternativa alla vendita pubblica presso case d’asta. La consulenza è declinata in varie forme: da quella relativa alla fase di creazione di una collezione d’arte, che  comprende  sia  l’acquisto  sia la vendita, alla consulenza per le strategie di gestione e di valoriz- zazione personalizzate; da quella per la protezione dei patrimoni artistici  ereditati,  alla consulenza      tecnico-logistica, assicurativa e alla assistenza legale, con riguardo a singole opere d’arte o a intere col- lezioni. Nella maggior parte dei casi l’art advisor è una figura che opera in- dividualmente, come freelance. In Italia non esiste né un albo profes- sionale né un organo di controllo, quindi l’autodefinirsi art advisor comporta dei rischi per quanto ri- guarda la credibilità della figura, che non sempre è garanzia di    serietà  e  fiducia.  Allo stesso tempo, non esiste un percorso accademi- co ad hoc e assieme a una prepa- razione teorica storico-artistica è necessario affiancare esperienze pratiche, quali workshop, corsi professionali post laurea, la lettu- ra di articoli, la frequentazione di mostre, musei e gallerie d’arte. È fondamentale, inoltre, viaggiare e seguire l’andamento del mercato artistico attraverso le fiere e le aste. È importante  che  l’art  advisor sia   anche  un  legale,  in  quanto potrà così redigere durante le  trattati-  ve la c.d. LOI (lettera di intenti) sottoscritta dal futuro buyer, esa- minare le clausole del POF (lettera di garanzia di una banca del buyer) e redigere gli eventuali contratto preliminare e contratto definitivo. Ovviamente, saprà condurre le trattative con buona fede e discrezione, come richiede la propria deontologia professionale. Una garanzia in più per il closing.    Le opere d’arte e la successione di Roberto Campagnolo  Il D.Lgs. 346/90 prevede una tassazione con franchigie (1.000.000 di euro per coniuge e paren- ti in linea retta; 100.000 euro per fratelli e sorelle; 1.500.000 euro per soggetti portatori di handicap grave) ed aliquote variabili (del 4%, 6% ed 8%) in ragione del grado di parentela esistente tra il defunto e gli eredi. La tassazione (salve le eccezioni previste in ordine a beni immobili, partecipazioni sociali ed altri casi specifici) dovrebbe essere effettuata sulla base dei valori di mercato dei beni caduti in suc- cessione. In realtà, l’articolo 9 del D. Lgs. 346/90 prevede che si considerano compresi nell’attivo ereditario denaro, gioielli e mobilia per un importo pari al 10% del valore dell’asse ereditario netto (ossia, secondo l’orientamento prevalente, eccedente le even- tuali franchigie) anche se non dichiarati o se dichiarati per un importo inferiore. La norma in esame precisa che “si considera mobilia l’insieme dei beni mobili destinati all’uso o all’orna- mento delle abitazioni, compresi i beni culturali non sottoposti a vincolo”, potendosi far rientrare, quindi, in tale categoria cer- tamente le opere d’arte custodite in abitazioni private. Resta- no escluse da tale presunzione, pertanto, le opere custodite in luogo diverso, sulle quali dovrà applicarsi l’imposta in base al valore di mercato. Potrebbe ritenersi, semplicisticamente, non necessario indi- care nella dichiarazione di successione l’esistenza delle opere presenti all’interno di immobili di proprietà del defunto, avvantaggiandosi, in virtù della presunzione di cui sopra, di un indubbio vantaggio fiscale. Occorre, tuttavia, precisarsi come l’omessa indicazione potreb- be far sorgere problematiche in ordine alla prova sulla titolarità dell’opera, in caso di vendita da parte dell’erede. Deve, inoltre, segnalarsi come la disposizione normativa citata operi una presunzione, come tale superabile dalla prova contraria essendo, pertanto, consentito al contribuente di dimostrare, attraverso un dettagliato inventario dei beni, un imponibile inferiore.

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